FRISELLA CON TONNO E RUCOLA A 5,50 EURO
(MA IL POMODORO PORTATEVELO DA CASA)
Prezzi e offerta non sempre all’altezza della situazione. E necessità di mettere ordine nei piani commerciali.
Scampoli di fine stagione. Com’è andato il turismo salentino? Bene, ma non benissimo e non è nemmeno necessario attendere i risultati definitivi. Forse un po’ di maltempo, ma certo qualche errore di troppo. Non si tratta semplicemente di prezzi ma anche di qualità e servizi (su tutto la carenza dei trasporti). Ma che dire di un “prosciutto e melone” alla non modica spesa di euro 9? Il tutto notato in uno stabilimento balneare della costa adriatica, nemmeno degnamente attrezzato (auspicio: che le due fette di prosciutto non siano state del “San Daniele”, considerato il rischio per i mitici consumatori di aver mangiato quel prodotto, di recente sequestrato a decine di quintali, in quanto avariato).
Siamo prossimi al parossismo e al delirio riguardo al concetto di ristorazione e cibo in generale. Da quello classico a quello “di strada”, da quello dietetico a quell’altro alternativo, è tutto un fiorire di locali, appositamente adattati. E’ il segno di una domanda crescente. C’entrano un po’ tutti in questa performance: Tv e “social” con l’imperversare di presentatori, presentatrici, sedicenti cuochi e cuochi per davvero cui non affidereste il compito di farvi una pietanza ben fatta come pure mi è capitato a Lecce, in un locale esclusivo, non soltanto per quella città. La mia ospite non ha retto alla curiosità di farsi consigliare un “piatto tipico”. Si trattava di “fave e cicorie” (non ci sono molti modi per fare questo piatto, ma la prossima volta la inviterò a casa e cucinerò io). Salviamo le fave, ma di cicorie nemmeno l’ombra. Anzi, c’era un groviglio filamentoso inestricabile, una sorta di gomitolo verde scuro. La mia ospite l’ha comunque assaggiato. Io ho soltanto cercato di farlo.
Ci sono poi quelli che si prendono troppo sul serio, come lo chef in questione, che si avvicina al commensale raccomandando di mangiare “dal basso in alto”. Stupore anche nei tavoli vicini (vabbè, sarà la nuova “lingua” del cibo, ma non esageriamo!). E’ inutile che vi dica che c’era un po’ di apprensione (poi, giustificata), consultando lo scontrino. Ovvio, la ristorazione non è tutto, ma è certo importante nell’offerta complessiva. Dove, però, si registra una mutazione profonda che deve essere meglio governata, per evitare il rischio che le nostre località di mare ma anche le stesse città d’arte si trasformino in una sequenza di locali - erogatori di cibo, non sempre di qualità. Bisogna evitare di tirare troppo la corda, come pure si sta facendo. In questo campo la responsabilità spetta alle varie amministrazioni, tutte sotto pressione al fine di ottenere licenze di varia tipologia.
Quando si parla di questo problema il pensiero corre velocemente a Gallipoli (e Nardò?) e alla stessa Lecce dove la “semplicità” di un prete, Don Antonio Bruno, parroco della Cattedrale è bastata a scoperchiare un problema di cui Lecce comincia a soffrire. Vale a dire il numero spropositato di locali aperti, anche senza criterio, e la città che in breve tempo si è trasformata (non certo in meglio) - dice Don Bruno - in un autentico suk (mercato arabo ndr), dove la preoccupazione è quella di “mangiare e bere”. Pensate, poi, che Don Bruno sia stato rintuzzato? Che qualcuno abbia detto: ma che dice, cosa vuole quel prete? No, tutti a dargli ragione e promessa di intervento. Da parte dell’amministratore, di chi conta qualcosa, dello stesso Sindaco della città. Non è difficile vedere in questo accomodamento un pizzico di ipocrisia.
L’auspicio (oggi in vena di ottimismo) è quello di fare le cose per bene, di agire con serietà e convinzione, ma anche di collaborare con una filiera che parla di terra, raccolto, qualità del prodotto, giusta remunerazione. Tutto ciò non soltanto perché ci sono i turisti, che dobbiamo sempre trattare bene, ma perché così bisogna fare, per la soddisfazione di tutti.
LUIGI NANNI















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