Come il Joker e Batman. O Tex e Mefisto.
Le strade sulle quali Pippi Mellone e Marcello Risi hanno consumato le suole della militanza attiva sembravano due rette parallele, lunghe e solitarie.
Strade destinate a divaricarsi ed allontanarsi sempre di più. Molto più giovane il primo, anagraficamente e per presenza sui social, e troppo più raffinato il secondo, sia come pensiero che per l'azione politica.
Ma la politica è metodo di analisi della realtà e delle reazioni dell’elettorato, quindi più vicina alla scienza, ma anche interpretazione della realtà stessa, quindi disciplina umanistica che indaga su finalità, valori e aspirazioni della gente.
Difficile, ad un certo punto, tirare le somme e dire: quello ha perso e quello ha vinto.
Oggi, a distanza esatta di dieci anni dalla sconfitta terribile di Risi (una manciata di voti lo allontanarono dal secondo mandato di sindaco di Nardò) e dalla clamorosa vittoria di Mellone, le strade dei due uomini politici si riavvicinano, si sfiorano, si lambiscono e persino si incrociano.
Un colpo di scena inaspettato riporta sul palcoscenico i due mattatori perché è nella testa dei neritini che i due continuano ad essere protagonisti. Non è una finzione scenica, né una fantasiosa ricostruzione giornalistica o una forzatura dell’opinionista brillo.
In dieci anni Mellone è rimasto sulla cresta dell’onda tanto da oscurare tutti gli altri comprimari. Dietro di lui non è cresciuto, o non è stato fatto crescere nessuno. Nessuno ha il carisma del capo ed anche la sua delfina, Maria Grazia Sodero, appare come una candidatura pallida, una successione forzata e con poche difese immunitarie: quando il fuoriclasse lascia la panchina per andare in un campionato di più alto rango subentra, sì, il secondo. Ma non è la stessa cosa, soprattutto nello spogliatoio. Mellone, per altro, paga la sfrangiatura della sua maggioranza e scelte di campo discutibili, vedi il lungo flirt con Michele Emiliano.
Ancora più paradossale l’evoluzione del personaggio di Marcello Risi. Accusato di non aver vinto una partita facile, di non averla spinta in rete nei minuti finali giocando in vantaggio – e continuiamo con le metafore sportive – è stato presto accantonato. “Non è più il suo tempo, dicevano, ormai è un perdente. Tocca lasciare strada ad altri”.
E così è successo, anche in Consiglio comunale. Il panorama del centrosinistra, però, non si è arricchito di personalità particolarmente carismatiche o preparate. Ed ecco che oggi in molti lo invocano, come salvatore della Patria. Come l’unico che può nuovamente lanciare il guanto di sfida agli emuli di Mellone. E vincere. A sua volta forte di una coerenza e di un rispetto delle regole che non sono mai venuti meno.
Non è il solo incrocio. La partita più importante, e più intrigante, potrebbe ancora giocarsi tra i due come in un confronto che i taoisti amerebbero: yin e yang, un insieme di forze opposte ma complementari e interdipendenti.
Così Mellone si è posizionato a destra, una destra pesante per la digestione dei meridionali: con la Lega di Salvini di cui è persino segretario provinciale.
Quasi inaspettatamente, ed anche questo è uno scherzo di quel destino a cui piace farci dondolare sulla bilancia, Marcello Risi è stato chiamato da Antonio Decaro a coordinare la lista per le Regionali, diventando un punto di riferimento del fronte progressista.
In tutto ciò si infilano, come spifferi sotto la porta, altre suggestioni: Flavio Fasano, grandissimo dalemiano, candidato a Gallipoli addirittura per il centrodestra.
Anche lui, come Risi, allergico a quell’emilianismo (da Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia) che gli è stato ostile preferendogli persino proprio Mellone. Le strade si incrociano davvero, insomma. L’asfalto sussurra, nero, caldo e peccaminoso, ed invita ad accelerare.
Dove porterà questo infinito dualismo? Forse alle prossime Politiche, per un seggio alla Camera.
E, allora sì, che tra Risi e Mellone ci sarà di nuovo da divertirsi, soprattutto se il bianco muove per primo.
















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