NARDO' - Uno scritto molto interessante di Giuseppe Mario Potenza.
Non c’è alcun intento di entrare nel merito a proposito del referendum del 4 dicembre 2016, né è il momento e il luogo, ma viene di riflettere un attimo su quanto detto dall’ex Presidente della Repubblica Napolitano: «Referendum, il Sì ha cercato voti puntando sui temi dell’anti-politica» (Il Messaggero, 22 dicembre 2016).
Ci si chiede: chi eventualmente sia stato favorevole al «No» in funzione antigovernativa e non di contenuto referendario è da classificare fra quelli che fanno «antipolitica»? Non pare che sia così. Votare «No» per dire no al Governo attraverso le riforme di per sé è sbagliato, ma da qui a parlare di «antipolitica» corre un abisso perché si presuppone che il Governo in carica sia l’unico depositario della vera politica e questo non armonizza con la libertà di pensiero. Per non dire, poi, delle circostanze «attenuanti» riguardanti, in particolare, l’impostazione di significato data al voto, come si è detto, dallo stesso presidente del Consiglio in carica e la reazione da parte degli elettori che hanno maggiormente sentito il pallido ruolo di dire la loro su chi deve andare al Governo e hanno colto l’occasione.
I politici che osservano che non è bene dire «No» per sistematica abitudine dovrebbero essere coerenti in sede di opposizione quando certe proposte si possono discutere nell’interesse pubblico. La vera antipolitica fa paura, ma è quella di matrice anarchica, che può arrivare al terrorismo. La libertà di opinione non esclude rinunce spontanee in certi casi, come quando chi abbia ricoperto una carica super partes poi preferisce, opportunamente, rimanere in disparte dopo la cessazione del mandato (l’esternatore intervenne pure in occasione del referendum sulle trivelle del 17 aprile 2016, parlando di un «diritto all’astensione»). L’episodio richiama l’attenzione sul concetto di antipolitica, che non si adatta ad usum delphini, ma neanche ad un’astratta base cattedratica.
Il Prof. Sebastiano Maffettone, ordinario di Filosofia politica alla Luiss Guido Carli di Roma, ha osservato la «divisione netta e incomunicabilità profonda» che «divide agli occhi dei fautori dell’antipolitica il ceto politico dalla società civile. Per costoro […] la classe politica è infatti corrotta e incapace, se non addirittura spregevole. La società civile è invece efficiente e austera, forse anche ammirevole. Personalmente, nutro una convinta sfiducia in una distinzione così netta […] in democrazia bene o male è la società civile che elegge il ceto politico […] ci si dovrà pur chiedere come mai tante persone, spesso di buon senso e con rette intenzioni, diano il loro consenso all’antipolitica» (Il Messaggero, 13 ottobre 2016).
L’impostazione di questo «divario» tra ceto politico e società civile nasconde il rischio di una generalizzazione del pensiero dei cittadini in direzione, ingiusta, dell’antipolitica. C’è sempre stato questo divario che, negli ultimi tempi è diventato più netto. Da una parte i cittadini, impotenti, e dall’altra i partiti politici che determinano la sorte e l’andamento delle istituzioni, sordi ad ogni critica e blindati nella loro forma mentis tradizionale, con qualche blando ripensamento ogni tanto. Prolifica il potere dei partiti in un contesto di crisi della legalità e di manomissione della Costituzione, come bene ha osservato il costituzionalista Michele Ainis nel suo saggio L’assedio, la Costituzione e i suoi nemici nelle tre parti L’assedio, L’assalto, La fortezza. Non si dimentichi, infatti, che in democrazia la maggioranza politica può anche dare prodotti estranei alle aspettative popolari.
In ogni caso i politici non hanno lo stesso dna dei cittadini che li hanno eletti, come è nel rapporto tra genitore e figli biologici, e le loro malefatte, quando essi entrano a far parte della casta, non possono far pensare alla levatura degli elettori. Non bisogna generalizzare, c’è anche la parte sana (la più gran parte) della società. L’attività politica, infatti, nasce da un sistema tutto da ripensare, di fronte al quale i cittadini, come tali, non sono in grado di far nulla. Tutto è congelato e solo una svolta legislativa storica varrà a sciogliere gli ostacoli di una democrazia condizionata. L’andazzo tracciato da tempo immemorabile ha dato un colorito patologico all’oggetto della valutazione popolare e ci sono andate di mezzo le persone meritevoli. Chi scrive ha avuto esperienza in campo locale e ammette che non sono mai mancati gli amministratori che si sono prodigati solo per il bene comune. Ma il livello centrale, di ogni colore politico, è stato quello che è stato nel suo complesso, salva ogni eccezione, che, però, non ha fatto storia. Ora ne stiamo scontando le conseguenze, a cominciare dal debito pubblico, formatosi nel tempo grazie ai criteri irresponsabili e di comodo di erogazione della spesa.
«Antipolitica» si definisce l’«atteggiamento di chi è ostile alla politica, alle sue logiche, ai partiti e agli esponenti politici, ritenendoli dediti ai propri interessi personali e lontani dal perseguire il bene comune» (Garzanti). E di tutti quei cittadini che hanno da dire senza avere questa ostilità aprioristica che facciamo? Quando si fa un discorso come questo non se ne può escludere l’esistenza. Essi (si ritiene, la stragrande maggioranza) non sono fautori dell’antipolitica, e fa testo lo specchio della stampa con le opinioni e le pubblicazioni culturali. Bisogna considerare il rapporto tra il ceto politico e la società civile anche alla luce di questa levata di scudi scientifica, oltre che popolare. Il dissenso è critica, di cui si ha diritto a livello singolo e associato, ed è cosa diversa dall’antipolitica.
I partiti sono necessari, ha detto Russel Muirhead (The Promise of Party a Polarized Age, Cambridge): l’antipartitismo è una pessima ideologia per la democrazia in quanto esclude dalla politica la base popolare per accettare solo i cittadini che fanno politica per motivi meno nobili di quelle del partito. I partiti sono necessari, ma conviene fare delle precisazioni. Primo, della società fanno parte gli iscritti – iscritti per motivi ideologici e attivisti con tali motivi o con altri – e i non iscritti. Tra gli iscritti ci sono quelli che ragionano con la loro testa (magari condizionati quando vanno a votare) e quelli che si accodano. Tra i non iscritti o non allineati vi possono essere cittadini che perseguono scopi nobili, e l’esistenza dei partiti non può escluderne la collaborazione. Secondo, occorre pensare bene la politica proprio perché i partiti perseguano motivi nobili, più di quanto non sia accaduto finora, seguendo criteri di etica pubblica. Per fare qualche esempio, solo negli ultimi tempi i parlamentari si stanno dando qualche mossa circa la corruzione, che non c’è solo nelle mazzette, ma nella presa di posizione di non far rispondere di sé in tutti quei casi di riciclo di gente non degna. I partiti sono necessari, ma devono guardare all’interesse pubblico, cioè alla governabilità, in sede di alleanze, e non alla mera conquista del potere per le poltrone, considerando, tra l’altro, le proposte utili per il bene comune con un’opposizione costruttiva, come si diceva prima.
Rimane la diffusa disaffezione per la cosa pubblica in quanto associata ai soggetti che la gestiscono e danno alla società certi prodotti, nonostante l’esistenza di politici responsabili. Le direttive delle segreterie di partito, com’è noto, battono le carte dappertutto (in barba al principio di divisione dei poteri). La «divisione netta e incomunicabilità profonda» tra il ceto politico e la società civile» non sono volute, ma sono un dato di fatto estraneo alla volontà dei cittadini, come conseguenza del sistema. Nel ceto politico non mancano le persone degne, come nella società non mancano quelle non degne. Si potrebbe chiedere: quid iuris? Un approdo soddisfacente della navicella pubblica appare stretto nella morsa di un circolo vizioso, che può essere rotto solo da una campagna di sensibilizzazione popolare attraverso iniziative di una certa compattazione (popolare), al momento impossibile in quanto priva di quella forza istituzionale che solo la legge può dare. Si vorrebbe che i politici si battessero coraggiosamente e con insistenza per una nuova disciplina legislativa dei rapporti tra cittadini e istituzioni.
Un parlamentare della Costituente, Amintore Fanfani, diede l’allarme sulla crisi del sistema. I partiti, egli disse, vanno trasformati, da «partiti che addottrinano» a «partiti che si addottrinano» per tornare alla base, riconoscendo al cittadino il diritto di partecipare alle decisioni che lo riguardano in campo statuale, e anche a quelle che riguardano il campo partitico. E ciò privilegiando i «gruppi di persone che ascoltano, registrano, accolgono quanto di valido i cittadini propongono, chiedono, approvano, criticano». Michele Ainis ritiene la necessità di una «Camera dei cittadini» con funzioni di controllo dell’attività parlamentare, da costituirsi con il metodo del sorteggio, e di siffatta «Camera» parla pure il Dott. Carlo Calenda, dirigente d’azienda, ministro dello Sviluppo economico. Il Prof. Stefano Zamagni, economista, dell’Università di Bologna, postula «forum deliberativi» rigidamente regolamentati con funzioni di proposte motivate, come avviene in molti Paesi del Nord.
Ora i cittadini, singoli o associati che siano, non hanno forza per far sentire la loro voce con una partecipazione che possa incidere per legge sul sistema. Non basta l’istituto del referendum, occorre un monitoraggio continuo dell’attività dei parlamentari. Questo potrebbe esserci, in linea con gli illustri Scrittori prima citati, con la previsione, da parte del legislatore, di una conferenza dei cittadini a livello comunale con sbocco, riepilogo e valutazione a livello provinciale. Quest’ultimo con diritto di informazione e poteri di consultazione in merito all’attività parlamentare, salve le funzioni di un organismo super partes a livello centrale, con poteri di irrogazione di sanzioni (sono note, ad esempio, le notizie di stampa, sui furbetti del cartellino, ecc.). In tal modo si darebbe attuazione (che ora manca) agli «istituti di partecipazione» (vedi Giuseppe Mario Potenza, Municipio e Governo centrale. Echi di cronaca, pagg. 358 e segg.). Solo così si potrebbe eliminare, a mano a mano, lo stacco profondo che ora c’è tra chi governa il Paese e il popolo governato, visto che i politici si fanno vedere solo in periodo pre-elettorale per rimanere poi blindati all’uomo comune. Fino a quando non ci sarà la previsione legislativa di un organismo popolare con funzioni rilevanti per l’ordinamento si andrà avanti senza alcuna certezza di progresso, e il sistema si muoverà anche in condizioni d’urto per gli stessi politici: si parla, infatti, di crisi dei partiti politici. Lo stesso Maffettone conclude il suo breve saggio con una realistica considerazione per l’ipotesi che il ceto politico non sia più sensibile alle istanze della società civile: «Qualora così non fosse, temo dovremmo arrenderci all’idea che il ceto politico attuale scomparirà».
















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