NARDO' - La sentenza arriva 49 anni dopo il fatto. Un record.
Contrasse l’epatite in seguito ad una trasfusione. Ora lei ha 82 anni, l’ospedale di Nardò non esiste più, probabilmente sono quasi tutti scomparsi i protagonisti dell’epoca – medici, infermieri, responsabili – e chissà di chi era quel sangue infetto. Ma lei ha chiesto e ottenuto giustizia.
È rimbalzata da alcuni anni nelle aule giudiziarie una vecchia storia di emotrasfusione che risale ad un intervento chirurgico effettuato presso l’ospedale “San Giuseppe – Sambiasi” di Nardò, nel lontano giugno 1968. Era per la precisione il 29 giugno di quell’anno, quando una donna 33enne di Porto Cesareo (all’epoca frazione di Nardò) al nono mese di gravidanza, venne ricoverata all’ospedale di Nardò, per essere sottoposta a parto distocico. Viene definito con questo termine il parto che non si svolge in maniera naturale e che a quei tempi veniva portato a termine dall’ostetrica facendo ricorso a particolari strumenti chirurgici e a ventose per estrarre il nascituro. Durante l’intervento chirurgico fu eseguita una trasfusione di sangue, dopo di che la giovane donna contrasse l’epatite C.
La malattia, però, si è chiaramente manifestata solo molti anni dopo e la vicenda è stata recentemente portata all’attenzione dei giudici del Tribunale di Lecce. Fu un medico che, nel 2007, le diagnosticò una epatite da trasfusione e, all’inizio, i familiari dubitavano persino della diagnosi perché la donna non ricordava di aver avuto mai interventi chirurgici. Ma poi rammentò quel ricovero, avvenuto quarant’anni prima. Risolutiva, a quel punto, è stata l’acquisizione della cartella clinica dalla quale emerge il particolare della trasfusione.
La sentenza, passata anche al vaglio della Corte d’Appello, ha accertato che fu proprio la trasfusione, in quell’intervento chirurgico del giugno ’68, la causa del contagio. Il Ministero della Salute è stato condannato al pagamento dell’indennizzo speciale previsto dalla legge, liquidato alla donna quasi mezzo secolo dopo l’evento scatenante. La donna, assistita dallo studio dell’avvocato Marcello Risi, prosegue ora la sua battaglia giudiziale per il riconoscimento del danno biologico. Evidentemente non è mai troppo tardi per ottenere giustizia.
















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