NARDO' - Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Ma no, facciamone molte di più. Tanto le paghiamo tutti noi.
Le prime due domeniche di quaresima sono ogni anno a tema fisso: nella prima, come si è visto, è stato letto l'episodio di Gesù tentato nel deserto; nella seconda, cioè oggi, si legge quello della sua trasfigurazione sul monte. Un giorno egli "prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare; mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante (...) Pietro e i suoi compagni videro la sua gloria". Insieme, i due episodi richiamano la misteriosa realtà di Cristo, uomo e Dio: soggetto come tutti noi alle tentazioni, egli manifesta la sua umanità, mentre lo splendore della sua gloria, mostrato per qualche momento ai tre discepoli, esprime la sua divinità, ribadita dalla voce che essi udirono, la voce dell'eterno Padre: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!".
Con la manifestazione della divinità di Gesù, altri aspetti sono da considerare in questo episodio della sua vita. Accanto a lui trasfigurato, riferiscono i vangeli, comparvero Mosè ed Elia, due dei personaggi principali della storia ebraica e delle sacre Scritture precedenti lo stesso Gesù, quelle che noi chiamiamo l'Antico Testamento. Compaiono accanto a lui, per significare che egli non solo non è in contrasto con loro, ma ne è la continuità, anzi il compimento: Mosè aveva dato al popolo la legge di Dio (riassumibile nei dieci comandamenti), Gesù ha dato la nuova legge (riassumibile nel precetto dell'amore, per Dio e per il prossimo) che non annulla la precedente ma ne svela l'anima e la finalità. Elia, come tutti i profeti, ha parlato a nome di Dio, per ricordarne l'amore verso il suo popolo; Gesù ha portato quell'amore alla massima espressione, donando tutto se stesso, la propria vita.
Questo sarebbe accaduto di lì a poco tempo, nella sua Pasqua di morte e risurrezione: e proprio alla Pasqua, l'episodio della trasfigurazione rimanda. Mosè ed Elia, dice l'evangelista, conversavano con Gesù "e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme". La parola esodo (che significa uscita) richiama quello degli ebrei, usciti dall'Egitto dove erano schiavi e condotti attraverso il deserto sino alla terra promessa. Quel segno dell'amore di Dio per il suo popolo ebbe una valenza tutta terrena, la conquista della libertà e di una patria; l'esodo di Gesù, la sua uscita da questo mondo per tornare al Padre, significa la liberazione per tutti gli uomini dalla schiavitù spirituale del male e del peccato, per poter entrare nella vera e definitiva patria, la casa del Padre suo che è anche il Padre nostro. La trasfigurazione è dunque anche un preannuncio della Paasqua, ed è questo il motivo per cui la si ricorda nella quaresima, che alla Pasqua prepara.
Da sottolineare, nell'episodio, anche la reazione dei tre discepoli alla visione celeste che per qualche momento è stata loro concessa. "Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli cioè vorrebbe prolungare quella visione, tanto ne è affascinato: e così dicendo lascia intuire quanto sarà appagante la contemplazione della gloria di Gesù nella casa del Padre. Lascia anche intuire le ragioni di una dimensione, forse troppo poco vissuta, della vita cristiana già in questo mondo: appunto la contemplazione, vale a dire la preghiera fatta non per chiedere qualcosa a Dio ma per ammirare le sue meraviglie, per riconoscere la sua grandezza e la sua sconfinata bontà, per lodarlo e ringraziarlo di quanto ci ha donato e di quanto ci garantisce che ci donerà.
"Facciamo tre tende", già ora, nell'intimità della nostra mente e del nostro cuore; in una certa misura ci è concesso, già ora, di innalzarci sino a lui.
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