NARDO' - L'acume e la finezza dei ragionamenti giuridici di Giuseppe Mario Potenza su un argomento di grande attualità: La Corte costituzionale ha bocciato la richiesta, fatta da otto consigli regionali, di abolire la quota proporzionale prevista dalle due leggi elettorali del Senato e della Camera.
La Corte costituzionale ha bocciato la richiesta, fatta da otto consigli regionali, di abolire la quota proporzionale prevista dalle due leggi elettorali del Senato e della Camera. Il discorso è complesso e si scoperchia una pentola di vecchi guai nostrani. La sentenza può rappresentare un segnale ai politici di uscire dal torpore pluridecennale per vedere realisticamente le cose e pensare seriamente ai rimedi. Non pochi autorevoli rappresentanti della dottrina e delle Istituzioni hanno affrontato l’argomento. Qualche mese addietro in un incontro sul tema della Costituzione ne ho ricordato uno, che ho conosciuto negli anni ’90, il Dott. Antonio Baldassarre, all’epoca presidente della Corte costituzionale. In un convegno di studi del 1995 egli parlò di alcune riforme della Costituzione, impostata, egli disse, sul presupposto del sistema proporzionale e della centralità del Parlamento.
Noi abbiamo il punto dolente dei problemi di stabilità del Governo centrale, che hanno accompagnato, dove più, dove meno, il cammino della storia repubblicana. Questo della stabilità è stato il perno della richiesta di referendum, che la Corte ha dichiarato “inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo”, cioè in quella parte che, secondo l’intenzione di promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”, garantita da una giurisprudenza costituzionale consolidata proprio per l’ammissibilità dei referendum in materia elettorale. Si tratta della delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Se il quesito fosse passato, infatti, non avrebbe prodotto una legge immediatamente applicabile.
Se un tizio mi fa discorsi di rispetto dei diritti dei cittadini, io lo posso prendere in considerazione e ascoltarlo, ma se parla un tizio, per quanto autorevole sia, nella sua veste di appartenente a un partito politico, io sono più cauto e non ho molto entusiasmo. Faccio salvo ogni merito del livello politico centrale (e di quello locale, dove, svolgendo la mia attività professionale, ho sperimentato la capacità e la correttezza di tanti politici). Da che mondo è mondo (repubblicano: la storia precedente è fuori tema), debbo dire, però, gli esponenti di ogni parrocchia politica hanno seguito – non sempre, ma non di rado – criteri di interesse, se del caso, di bene comune, ma tendenzialmente spalmato su una base di interesse partitico latente. Per ricordare qualche aspetto dell’atavica prassi dominante:
- riluttanza a ridurre il debito pubblico ricorrendo al risparmio conseguente alla eliminazione di enti inutili di vario tipo per far fronte alla spesa;
- prevaricazione della centralità del Parlamento, vuoi per il vezzo di legiferare oltre i limiti di competenza con decreto e prendere decisioni, oltre che iniziative, nella segreteria dei partiti, con non molta considerazione del dibattito parlamentare, vuoi per la preferenza aprioristica di rigetto – nella dialettica politica – delle proposte della minoranza anche nei casi di opportuna valutazione della loro obiettiva corrispondenza, o meno, all’interesse pubblico;
- estensione all’ambito pubblico, con conseguente compromissione della stabilità delle istituzioni, dei poteri interni di gestione partitica. Ricordiamo, per fare un esempio, il caos seguito nel 2009 alla elezione con voti trasversali di Roberto Villari in seno alla commissione per la vigilanza Rai e la censura, da parte della Consulta, delle interferenze partitiche nei regolamenti interni delle Camere;
- gradimento della distanza cittadini-partiti politici in termini di comunicazione extra-propaganda elettorale e ascolto della base (e qui si ricorda il ricorso al meccanismo dei collegi e alle preferenze in sede di voto).
Questo – e altro – per mancanza di disciplina dell’attività politica, che si svolge su binari privatistici con fondamentali implicazioni istituzionali senza alcuna responsabilità. C’è tutto e il contrario di tutto. Si mischiano le carte in tavola con discorsi trasversali che, però, possibilmente conservano, sottostante, la vecchia anima di destra o di sinistra, ma talora con rischio di debordare rispetto a criteri di razionalità per raccogliere consensi di massa, cadendo nel c.d. populismo, checché ne dica il Prof. Paolo Del Debbio nel senso della positività del termine. Non dispiace vedere risolutezza ed energia, ma sperando che non si cada nel protagonismo.
Il bipolarismo, come, ad esempio, è nel sistema anglosassone, è sistema da condividere in relazione ai frutti di gradimento democratico che si possano dare da una parte e, se questa sgarra, dall’altra cui si passa nel rinnovo elettorale, ma in Italia – nelle condizioni culturali e gestionali non di eccellenza della classe politica che hanno giocato in contrasto a criteri di omogeneità di intenti – non si è mai espresso in termini accettabili. La Consulta, evidentemente, intende escludere i “pieni poteri” degli eletti che possano favorire la formazione di Governi non di estrazione democratica. A tal proposito non aveva torto Baldassarre quando nel convegno del 1995 auspicò l’elezione diretta del Premier, il che fece storcere il muso al Presidente della Repubblica Scalfaro (e anche, ricordo, all’ex Presidente Cossiga), stante lo svuotamento dei poteri di consultazione nella circostanza.
Baldassarre non condivise il timore, espresso da Scalfaro, di un rischio di crollo del Paese come fu per la Repubblica di Weimar per motivi di una crisi profonda della società in quanto divisa nella concezione di fondamentali valori, addebitando, infatti, la crisi in atto alla politica e non alla società, considerati i problemi, aggravati, dell’economia, in particolare, in considerazione del danno causato dal debito pubblico. La Costituzione italiana, egli disse, si fonda sull’unità, quella stessa, qui si aggiunge, non propriamente gratificata da un parte politica che in passato emblematicamente snobbò la bandiera nazionale. E vengono in mente, in proposito, le pretese lombardo-venete in materia di autonomia impositiva: su questo punto Baldassarre ritenne necessario un decentramento politico da attuarsi con un’adeguata disciplina dell’autonomia impositiva delle Regioni responsabilizzando i vertici regionali. Indro Montanelli disse che la direttrice di marcia della storia è dalle periferie al centro e non viceversa. Appunto, non viceversa, con i “pieni poteri”. Baldassarre espresse il convincimento di un possibile riscatto attraverso una “tensione unitaria”, cioè una valorizzazione dell’unità nazionale. Unità possibile con il rispetto dei diritti dei cittadini secondo lo spirito della Carta costituzionale.
Oggi come mai si impone questa “tensione unitaria”. Il principio proporzionale non è, come tale, la panacea di tutti i mali. A parte il fatto che gli elettori, se vogliono, possono far ottenere ugualmente i risultati alla parte politica che si oppone al principio, vi sono altri problemi, riconducibili ai partiti politici, come quelli anzidetti, in particolare il giusto rapporto, ora mancante, tra partiti e cittadini. Sistema proporzionale e centralità del Parlamento, sì, ma c’è il nesso tra Parlamento e proporzionalismo, e qui entra in ballo il sistema dei partiti politici. Devono fare la loro parte cittadini e partiti. Si potrebbero favorire presupposti di stabilità governativa. con una seria impostazione delle coalizioni, sottomettendo all’interesse pubblico quello per le poltrone, cercando di trovare soluzioni comuni mediante rinuncia alle proprie prese di posizione, se questo lo richiede l’interesse pubblico, con un ridimensionamento senza veleni dei rapporti con gli avversari politici e con orecchio attento alla base popolare, senza più distanze.
Se finora i partiti sono rimasti adagiati nelle note abitudini, occorre smuovere le acque per evitare che l’andazzo continui in barba alle proclamazioni di rispetto dei diritti dei cittadini, bla bla bla. I cittadini, come singoli, non possono fare nulla, oltre a vedere con sgomento il degrado della classe dirigente. Senza attendere i tempi di una proposta di legge ad iniziativa popolare, che comunque rimane salva, da parte di associazioni culturali si potrebbe avviare un’opera di sensibilizzazione delle varie parti politiche affinché nasca l’impegno di una proposta di una legge di disciplina dell’attività politica sotto i vari aspetti, a cominciare dalla previsione di una conferenza dei cittadini avente poteri provvisti di sanzioni in caso di inosservanza da parte dei politici. Se non ci si riesce durante il mandato, il momento propizio è quello del rinnovo elettorale. Da anni e decenni sono convinto che la previsione con legge di questo istituto di democrazia diretta, con funzioni di monitoraggio dell’attività dei parlamentari e dello stesso Governo (mediante proposte – selezionate – mirate a raddrizzare il tiro, ove necessario: proposte non vincolanti, ma utili per ogni valutazione popolare in sede di rinnovo elettorale) favorisca un radicale cambiamento del sistema.
Ogni discorso ha, per regola, una conclusione di merito, e ogni discorso su una sentenza è fattibile, per regola, dopo averne letto il testo (la sentenza sarà depositata entro il 10 febbraio), ma questo è un caso particolare perché una risposta risolutrice dei problemi – che già si conoscono indipendentemente dal testo della sentenza – potrà essere data solo dal soggetto politico. Abbiamo visto nel tempo le diverse versioni della legge elettorale. Ogni parte politica ha tirato la coperta, di volta in volta, dal suo verso, lasciando scoperta l’Italia. La legge elettorale, che regge il buon andamento istituzionale, è diventata strumento di garanzia della partitocrazia, e così il protagonismo politico fin dall’avvento della Repubblica ha prodotto non di rado Governi che poi si sono sgretolati. La legge elettorale deve porre paletti duraturi perché si abbia una certezza del diritto. La Costituzione, che ha ispirato il principio proporzionale, risale a un certo periodo storico e ora si affaccia al tempo attuale: può essere modificata, se così ritiene il soggetto politico.
Chi è il soggetto politico? E’ la classe dirigente che abbia finalmente la forza di svincolarsi dalla tradizione partitica: questa è la provocazione storica che si può cogliere dall’occasione di questa sentenza prima ancora che se ne conosca il testo. La Consulta, le cui funzioni riguardano la verifica della legittimità costituzionale, al massimo potrà contenere spunti, ai quali potrà guardare il soggetto politico.
















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