NARDO' - Bosco d’Arneo, ultimo atto? Una storia da leggere tutta d'un fiato.
Lungo il tracciato di quella che fu l’antica via Traiana, circondata da una brutta recinzione in calcestruzzo precompresso emerge, prorompente la vegetazione dell’ultimo lembo di quella che fu la foresta Oritana.
Già parte integrante degli enormi latifondi della più ricca borghesia agraria salentina, nonché quartier generale dei famigerati briganti postunitari, balzò agli onori delle cronache nel dopoguerra quando divenne teatro delle mitiche lotte dell’Arneo. Una foresta dalla storia travagliata: espropriata, stuprata ripetutamente dai caterpillar della Riforma Fondiaria, quindi frazionata in ampi poderi ed assegnata a quei braccianti affamati di terra, che deposte definitivamente le rosse bandiere in quelle agognate terre ci rimisero la schiena in una perenne impari lotta contro gli elementi: le pietre e quegli alberi e arbusti che resilienti rispuntavano da tutte le parti.
Poi alla metà degli anni '60 del secolo scorso quell’area fu scelta per il bislacco progetto di impiantare il protosincrotone del Cern, il ballottaggio fra Nardò e Doberdò fu vinto da quest’ultima località del Carso friulano per poi emigrare nelle vicinanze della ricca Ginevra dove tuttora opera. Ma l’improvvisa notorietà e le peculiari caratteristiche del sito neretino, non sfuggirono all’avvocato Agnelli al quale soprattutto non sfuggì la diponibilità di Aldo Moro che guidava il governo dell’epoca ad erogare per quel progetto 60 miliardi di lire, con il duplice scopo di spingere la ricerca scientifica e tecnologica di quella era diventata la quarta potenza mondiale più industrializzata e risollevare con un briciolo di sano nepotismo l’economia della sua terra natia.
Fu così che, piatto ricco mi ci ficco, l’Avvocato dietro congruo contributo statale, propose di impiantare la pista di collaudo più grande d’Europa, 700 posti di lavoro garantiti dalla joint venture FIAT – FIRESTONE BREMA, in cambio di 700 ettari di macchia mediterranea e pietre. La pista venne celermente realizzata, della fabbrica di pneumatici si perdette ben presto ogni traccia. Mentre sulla spinta della prospettata, industrializzazione gli istituti professionali industria e artigianato e gli istituti tecnici industriali di Lecce e Casarano stentavano a contenere le iscrizioni, gli sbocchi professionali continuarono tranquillamente a languire.
Gli anni passavano, fra alcuni passaggi di mano mentre la macchia rispuntava prima resiliente poi imperterrita, quasi arrogante, protetta da quella brutta grande muraglia fino a divenire bosco e raggiungere lo status di foresta climax a Quercus ilex, ovvero il livello massimo di evoluzione raggiungibile dalla macchia mediterranea. Ora su questa gloriosa foresta potrebbe chiudersi definitivamente il sipario, la casa automobilistica Porsche, attuale proprietaria della Pista di Collaudo Nardò Tecnical Center prospettando un importante investimento ne ha programmato l’espianto onde poter realizzare nuove piste utilizzando le aree di sua proprietà proprio dove sorge il bosco che peraltro è tutelato dal riconoscimento di S.I.C. ovvero come Sito di Interesse Comunitario.
Fra i vari escamotage intentati per superare questo impedimento legislativo varie fantasiose motivazioni tra cui una inesistente, ma sbandierata pubblica utilità e la promessa (secondo opinabili calcoli) di congrue opere di compensazione ambientale). Un tentativo, da parte della prestigiosa azienda teutonica dal sapore neocolonialista anzi da conquistadores che con un pugno di perline e un bel po’ di promesse tentano di imbonire un bel po’ di affamati indigeni dall’anello al naso.
A suggello di quanto elencato, per giustificare la distruzione di oltre 250 ettari di foresta la Porsche ha fatto presente che dopotutto la foresta esiste o perlomeno si è conservata grazie alla sua presenza e a quella dei suoi predecessori, per cui i contrari dovrebbero fare finta che la pista con la sua brutta recinzione non sia mai esistita e chiudere tutti due gli occhi su questo crimine ambientale. Un ragionamento a dir poco tribale, degno di qualche nucleo di selvaggi degenerati sperduti ai confini del mondo o che rimanda allo “jus vitae et necis” ossia al diritto di vita e di morte sui figli o presunti tali, in auge nell’Impero Romano.
Fortunatamente qualcosa si muove, mentre vengono man mano smontate le fantasiose motivazioni di pubblica utilità e una prima prova di piantumazione di alberi come compensazione ambientale è già miseramente fallita a riprova delle proverbiali difficoltà che sempre emergono tra il dire e il fare, i cittadini locali forti dei quarti di sangue ereditato dai briganti e dai braccianti con le rosse bandiere si uniscono agli storici ambientalisti locali e a prestigiosi giuristi in una lotta senza compromessi, cui giorno dopo giorno si vanno aggiungendo, udite udite, sempre più numerosi semplici cittadini, giornalisti e associazioni ambientaliste tedesche.
(Massimo Vaglio)
















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