A Nardò il silenzio non è una virtù, è un arredamento. Un bel tappeto di quelli spessi, di Bukhara o di Damasco, sotto il quale la classe dirigente locale nasconde la polvere a grani grossi con la noncuranza di una massaia distratta. Il vento soffia solo quando c’è da gonfiare le vele di qualche assessore in cerca di gloria ma quando rischia di spettinare il potere, si placa d’incanto. L’“eppur si muove” di galileiana memoria, qui è stato sostituito dal più rassicurante “eppur si copre”. Con un colpo di cipria burocratico che farebbe invidia alle dive del muto.
IL PRIMO TEMPO: L’ARBITRO CON LA RACCHETTA IN TASCA
La questione, per chi non mastica il gergo azzeccagarbugliesco, è di una linearità quasi offensiva: può un assessore sedere sulla poltrona della Giunta e, contemporaneamente, presiedere un’associazione che col Comune gestisce spazi pubblici? In un Paese normale si chiamerebbe conflitto d’interessi; a Nardò, pare, lo chiamano "dinamismo associativo" (vedi il nostro primo contributo QUI).
Il 17 aprile va in scena il primo atto: nomine, decreti e una cascata di autocertificazioni che scendono giù fresche e frizzanti come prosecco. Nessuno vede, nessuno sente. La Presidente del Circolo Tennis non è apparsa dal nulla come un’ectoplasma in una seduta spiritica: era lì, nota a tutti, con la sua carica tennistica.
Eppure, per sei giorni, il Palazzo ha recitato la parte dell’ingenuo. Poi, il sesto giorno, la Giunta si è destata. Non per riparare, ma per "prendere atto". Che è un po’ come se un medico, arrivato a cadavere freddo, si limitasse a complimentarsi per l’ottima cera del defunto.
Non ci credete? Ecco QUI le SUDATE carte del 23 aprile scorso.
IL SECONDO TEMPO: L’AUTO-ASSOLUZIONE COME SPORT NAZIONALE
Qui il diritto abdica e subentra la farsa. Una delibera che certifica l’assenza di incompatibilità ex post non è un atto amministrativo: è un deodorante per ambienti.
È la Pubblica Amministrazione che si mette davanti allo specchio e, dopo aver notato una macchia di sugo sulla camicia, decreta per delibera che è rossa. Il colore della purezza.
L’autocertificazione è stata elevata a rito liturgico. L’interessato dichiara, il Palazzo approva, e il peccato originale svanisce.
In tutto questo, il Sindaco — che della nomina è il grande artefice — che fa? Si defila. Esce di scena con la stessa agilità con cui un amante sorpreso nell'armadio cerca di spacciarsi per il cappotto. Coincidenze? Può darsi. Ma a pensar male si fa peccato, anche se spesso si indovina il comma giusto. In ogni caso LVI la delibera non la firma. Il suo nome è tra gli assenti.
LA LEGGE: QUELLA SCONOSCIUTA
Poi ci sarebbe quella cosa fastidiosa chiamata *Articolo 78 del TUEL*. Non è un suggerimento poetico, è un comando: il dovere di astensione. La norma non chiede la certezza del dolo, le basta l’odore del sospetto. Dice che chi amministra deve stare lontano da ogni ombra che possa offuscare l’imparzialità.
Qui non siamo al sospetto, siamo alla convivenza more uxorio tra controllore e controllato. Pubblico e privato dormono nello stesso letto, dividono il desco e pure le utenze, ma ci viene chiesto di credere che siano perfetti estranei. È il tertium datur neretino: una via di mezzo tra l’essere e il non essere, dove l’incompatibilità si scioglie come neve al sole di Puglia, purché ci sia una firma in calce a un foglio di carta.
EPILOGO: IL TEATRO DELL’ASSURDO
Questa non è cronaca di provincia, è un manuale di sopravvivenza istituzionale. Le leggi si citano nei brindisi e si calpestano nei corridoi. La delibera del 23 aprile (SEMPRE QUESTA) resterà negli annali come un capolavoro di alchimia: trasforma il piombo di un potenziale illecito nell’oro di una legittimità di facciata.
Fuori dai palazzi, però, resta la realtà. Resta il dubbio che il diritto, a Nardò, sia diventato un optional da richiedere al momento dell'acquisizione della poltrona. Ha vinto il silenzio, è vero, (l'Opposizione latita e i Giornali dormono). Ma è un silenzio che urla. E chi tace, di solito, non è perché non ha nulla da dire, ma perché ha troppo da nascondere. Il decoro, nel frattempo, è rimasto fuori dai giochi sulla terra battuta. Senza tessera e, purtroppo, senza speranza.
















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