NARDO' - Un lavoratore ferito e non trasportato in ospedale. Una indagine in corso.
La storia che potete leggere in un bel pezzo di Stefano Martella su Quotidiano, è quella di Salah, bracciante tunisino di 63 anni, nelle campagne di Nardò.
Un momento di riposo dal lavoro: si mette a riposare in terra. Si addormenta. Un dolore lancinante improvviso: un camion gli è passato sui piedi, fratturandoglieli entrambi,
Le urla, la richiesta di un’ambulanza. Negata. Basta acqua e ghiaccio.
Poi il ricovero nel magazzino delle angurie. Quindi la nottata presso l’abitazione del “padrone”. Poi il giorno dopo a Boncuri. Sempre ospedale negato. Quindi il passaggio per una clinica privata dove Salah viene portato perché è inciampato in una pietra…
Il referto ed il necessario (FINALMENTE!) approdo in ospedale con la diagnosi, il gesso e le stampelle.
Salah il giorno dopo si rivolge al padrone che nega di conoscerlo. Salah sconfortato sporge denuncia presso i carabinieri assistito dalla FLAI CGIL.
Fatti come questo che accadono, dopo Latina, dopo la morte di Satnam Singh, come ricorda Stafano Martella.
Fatti che ancora una volta hanno per teatro quella Nardò, raccontata da Alessandro Leogrande. Quella Nardò della rivolta dei braccianti, dello sciopero e delle lotte con a capo il mio amico Yvan Sagnet.
Ed ancora, Abdullah Muhamed, morto di fatica sotto il sole cocente nei campi neretini.
Poi Paola Clemente, bracciante, morta sotto il sole cocente delle campagne andriesi.
È venuto il momento di dire basta! È il momento della presenza dello Stato. Dei controlli. Del dare effettività alle norme. Non è più il tempo delle lamentazioni, del dolore, delle lacrime. Perché, come scrisse Elio Vittorini “Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare.”
(Dal profilo Facebook di Gabriele Molendini)
















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