C’è un silenzio particolare che segue una demolizione. Non è solo l’assenza del rumore delle ruspe, ma un vuoto più profondo, difficile da colmare. È il silenzio che oggi avvolge via Venti Settembre, dove per decenni ha vissuto la scuola media di Nardò: un luogo di formazione, di incontri, di ricordi, ora ridotto a spazio utile, funzionale, asfaltabile. Un parcheggio.
La decisione dell’amministrazione comunale di abbattere l’edificio scolastico, senza un reale e partecipato confronto sul suo valore storico, culturale e umano, segna una ferita che va ben oltre la perdita di un immobile. Per molti cittadini quella scuola non era solo un contenitore di aule, ma un punto fermo nella biografia collettiva della città. Tra quelle mura sono passate generazioni di studenti, insegnanti, famiglie. Lì si sono costruiti legami, si sono accese curiosità, si sono mossi i primi passi verso la cittadinanza consapevole.
Eppure, di fronte alla necessità di nuovi parcheggi, tutto questo è sembrato improvvisamente sacrificabile. Come se la memoria potesse essere contabilizzata, come se la cultura avesse un valore inferiore rispetto alla comodità di qualche posto auto in più. È una scelta che interroga profondamente il modo in cui una comunità immagina il proprio futuro: cosa decide di conservare e cosa, invece, considera un ostacolo allo sviluppo.
Nessuno nega che una città viva abbia bisogno di servizi, di mobilità, di soluzioni pratiche ai problemi quotidiani. Ma quando la risposta a tali esigenze passa sistematicamente attraverso la cancellazione dei luoghi simbolici, il rischio è quello di costruire un presente senza radici. La scuola di via Venti Settembre avrebbe potuto essere recuperata, rifunzionalizzata, trasformata in uno spazio culturale, sociale, educativo. Le alternative esistono, quando c’è la volontà di cercarle.
Ciò che più colpisce, in questa vicenda, è la sensazione di una decisione calata dall’alto, priva di un reale ascolto della cittadinanza. Il valore affettivo di un luogo non compare nei piani urbanistici, ma è parte integrante dell’identità di una città. Ignorarlo significa impoverire il tessuto sociale, alimentare la distanza tra amministratori e amministrati, trasformare il governo del territorio in un esercizio puramente tecnico.
Demolire una scuola per farne un parcheggio è un gesto che ha un peso simbolico enorme. È il segno di una gerarchia di priorità che mette l’utile immediato davanti all’investimento culturale, la soluzione rapida davanti alla visione di lungo periodo. Sulle macerie di quell’edificio non giacciono solo calcinacci, ma un’idea di città che rinuncia a interrogarsi su sé stessa.
Nardò è una città ricca di storia, di stratificazioni, di luoghi che raccontano il suo passato e ne alimentano il presente. Ogni scelta urbanistica dovrebbe partire da questa consapevolezza, non aggirarla. Perché una comunità che accetta senza discutere la perdita dei propri spazi simbolici rischia, poco alla volta, di perdere anche la capacità di riconoscersi come tale.
Oggi, al posto di una scuola, ci saranno delle auto in sosta. Domani, forse, ci si chiederà cosa resta della memoria condivisa, di quel filo invisibile che unisce le generazioni. La cultura, quando viene trattata come un ingombro, finisce per crollare in silenzio. E ricostruirla, una volta persa, è sempre molto più difficile che conservarla.
















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