Ebenezer Melooge era un vecchio solo. Lo era stato per quasi tutta la vita. Era riuscito ad esserlo anche quando folle plaudenti lo circondavano e lo blandivano e lui, nel suo piccolo, si sentiva un re, anzi, un despota. Anche se il significato della parola, spesso rivoltagli dai suoi nemici, gli era sempre stato oscuro.
I despoti sono soli, non hanno amici, solo servi tremanti e lecchini pronti ad allontanarsi ad ogni cambiamento di vento. Così per ogni despota e così, nel suo piccolo, anche per il vecchio Melooge.
Era la sera del 31 dicembre 2055 e il vecchio si avviava verso casa, dove sapeva che non avrebbe trovato nessuno. Era una serata fredda e c’era poco traffico in città: la cittadina aveva già dato il suo tributo ai giri forsennati per gli acquisti natalizi.
Natale, fortunatamente, era trascorso e ora la città si apprestava a consumare i riti laici dei cenoni e dei botti. Al vecchio piaceva tornare a casa, ogni sera, passando davanti al muro della Scuola Media, come molti a Nardò ancora chiamavano l’ampio spazio, circondato dall’inferriata arrugginita e in parte divelta, su cui fino a trent’anni prima sorgeva un importante edificio.
Quanto aveva odiato quella scuola.
Aveva fatto poche amicizie e non eccelleva, anzi. Invece molti, proprio nella sua classe, erano studenti modello, soprattutto molte ragazze, bravissime. Aveva per loro un’invidia profonda che, anche a distanza di tanti anni, non si era mai attenuata.
La realtà era che a scuola andava male, anche in attività motorie era un disastro e le ragazze non se lo filavano proprio. Quei tre anni li aveva vissuti tanto male.
Però la vita, a volte, riserva delle opportunità incredibili: da amministratore della città aveva potuto favorire il progetto per l’abbattimento di quell'insopportabile contenitore di cultura.
Molta parte della città era contraria ma lui era riuscito a far passare l’idea di abbattere quell’odioso mausoleo per costruire un altro istituto nel lato opposto del paese. Aveva provato una gioia incontenibile quando le ruspe avevano iniziato il loro turpe lavoro.
Molti dei suoi vecchi compagni di scuola avevano cercato di convincere lui e coloro che erano favorevoli al progetto a desistere, per ragioni che, a distanza di tanti anni, gli sembravano ancora ridicole. Non c’era stato nulle da fare e la scuola era sparita dalla faccia della terra. Su quell’area sgombra era stato realizzato il previsto parcheggio. Certo, non tutto era andato come nelle previsioni.
L’abbattimento della scuola aveva creato un grave vuoto nelle attività commerciali della zona, il parcheggio aveva funzionato per poco tempo per poi inaridirsi, come tutta l’area limitrofa. Le attività commerciali si erano spostate, negli anni, in tutt’altro posto e la zona, soprattutto di sera, risultava semideserta o mal frequentata. Sì, la città era completamente cambiata.
Il vecchio sentiva il rumore dei suoi passi sul marciapiede malridotto (questa era una cosa che negli anni non era cambiata: il marciapiede scassato era e scassato era rimasto).
Ad un tratto il buio della zona si illuminò di colpo e il vecchio si bloccò, spaventato. Era apparso, all’improvviso, un anziano signore, molto distinto, con il volto corrucciato.
“Vedi che hai combinato?” gli gridò addosso.
“Ma... ma, chi è lei? Cosa vuole?” balbettò lui, curvo sotto il peso degli anni e dei rimorsi.
“Sono il preside Preziosa, primo responsabile della Scuola Media poi denominata Dag Hammaskjold. Per quasi vent’anni, dal 1935 al 1952, ho diretto questa scuola. La sede non era questa e sono stato felicissimo quando l’istituto è stato costruito e gli studenti hanno finalmente avuto una nuova sede, confortevole e degna del ruolo di questa scuola. Perché hai voluto questo disastro?”
“Ma abbiamo avuto la possibilità anche noi di costruire una nuova sede e lo abbiamo fatto, eravamo certi che fosse la soluzione migliore per gli studenti e anche per offrire nuovi parcheggi alla città“.
“Vuoi dire che hai barattato un tempio della cultura per uno squallido parcheggio? Poi hai visto cosa è successo, vero? Alla fine le attività commerciali si sono spostate, i parcheggi non sono stati necessari perché non c’era più richiesta e la zona è rimasta abbandonata a se stessa. Ti rendi conto del disastro? Di' la verità: tu odiavi questa scuola perché non eri proprio una cima e volevi raderla al suolo. Di' la verità, siamo soli.”
Lo sguardo terribile del preside trafisse Melooge, che abbassò la testa, non riuscendo a sostenerlo. Da dove era uscito quell’ectoplasma furioso?
All’improvviso il preside - o la sua ombra - scomparve e il vecchio Ebenezer credette di aver sognato.
Scosso dall’incontro, si strinse la sciarpa al collo e si riavviò tremante verso casa. Quando entrò nella sua abitazione sprangò la porta e si precipitò a riscaldare un po’ d’acqua per preparare una camomilla. Ma la dispensa era semivuota.
Si ricordò che la sua ultima signora delle pulizie, che gli faceva la spesa, gli aveva dato il benservito perché aveva scoperto che non le aveva pagato molti contributi. Al diavolo. Decise di andare subito a letto. Ebbe difficoltà a prendere sonno. Finalmente, dopo un paio d’ore, riuscì ad addormentarsi. Un sonno agitato, quello del vecchio, popolato da incubi.
Si svegliò di colpo perché qualcuno lo scuoteva. “Svegliati, Ebenezer!”
“Chi sei, che succede?”. Accese la luce e vide un gruppo di giovani infuriati. “Che volete? Che fate in casa mia?”.
“Casa tua? Tu hai favorito l’abbattimento della nostra scuola, dove il nostro ricordo era sempre vivo e ti meravigli che siamo venuti a trovarti a casa! Siamo le prime Medaglie d’Oro dell’Istituto, i nostri nomi sono incisi nell’Albo d’Oro dell’istituto. Noi siamo sempre rimasti in quella scuola, attraverso i ricordi e la memoria tramandata dai documenti e dalla stele. A proposito: che fine hanno fatto le stele con i nostri nomi?”.
Melooge rimase interdetto. Si era completamente dimenticato di quegli odiosi secchioni. Il terrore cominciò a dilagare dentro di lui.
Già, che fine avevano fatto le stele? Si ricordava bene di quell’elenco di nomi, molti del passato, eternati in alcune lastre. Tutte le volte che leggeva quei nomi aveva la consapevolezza della propria insipienza. Quanto aveva odiato quella scuola, in cui si andava avanti per merito e non per raccomandazione o per cupe intese. L’incontro con quei giovani infuriati lo sconvolse. Che cosa aveva fatto? Aveva favorito l’abbattimento di una scuola che era un simbolo per tanti, aveva dileggiato chi lo aveva criticato e ora, dopo tanti anni, si chiedeva se non avesse sbagliato tutto, anche nella sua vita. Di colpo i giovani scomparvero.
Melooge rimase solo, stravolto. Si ricordò della sua professoressa d’italiano delle Scuole Medie, che aveva spiegato la resipiscenza. Ma, anche in questo caso, tardiva, “non gli giovò”.
Si alzò con fatica e, appoggiati i piedi sul pavimento impolverato, per la prima volta nella sua vita... pianse.















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