MAR MEDITERRANEO - Non chiamatela “emergenza”. Non chiamatela neanche “tratta degli schiavi”, come ha spiegato lo scrittore Erri De Luca, perché l’errore di interpretazione potrebbe viziare la comprensione generale del fenomeno. È una fuga, un assalto senza armi, una diaspora: un flusso di vite in movimento che ogni giorno solcano questo lago chiamato Mar Mediterraneo in cerca di salvezza, di una speranza, di una nuova esistenza lontano dal frastuono dei colpi di mortaio e degli AK-47. È l’odissea dei migranti africani e mediorientali, dei poveri e dei rifugiati, dei giovani e dei bambini, che mettono la propria vita nelle mani di trafficanti di esseri umani e scafisti improvvisati, stipati nella stiva o sul ponte di una verghiana ‘Provvidenza’, per giungere al di là di una distesa d’acqua sul cui fondale giacciono migliaia di loro connazionali, quando non addirittura amici e fratelli.
L’immigrazione nel Mediterraneo è un fenomeno che c’è sempre stato, esiste e – probabilmente – sempre ci sarà.
Tuttavia l’esplosione della polveriera socio-politica nordafricana nel 2011 e del conflitto in Siria, come anche l’espansione dello Stato Islamico di Al-Baghdadi in Medio Oriente, hanno scoperchiato un vaso di Pandora su entrambe le sponde del mare di mezzo, mostrando due lati, più o meno tragici, della stessa medaglia: la drammaticità della situazione sulle coste libiche, egiziane e tunisine, e l’incapacità del Vecchio Continente di fronteggiare con prontezza e strumenti efficaci l’invasione del sud povero del bacino.
Le richieste d’aiuto dei profughi crescono a dismisura, con interi quartieri e villaggi che scappano da aree coinvolte da guerre in cui la prospettiva di vita, già potenzialmente bassa per le condizioni economiche del Paese di provenienza, non fa che essere drasticamente ridotta dallo scoppio di guerriglie e scontri di tipo post-clausewitziano in cui a farne le spese per primi – e in percentuali spaventose, secondo tutti i più recenti rapporti dell’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) – sono i civili.
Ma le migrazioni, gli spostamenti di persone e popoli da un punto all’altro del pianeta, non sono certo una novità o una conseguenza dettata esclusivamente da eventi sì traumatici, ma pur sempre occasionali come conflitti e tensioni geopolitiche.
Sarebbe errato, infatti, porsi nei confronti di tutti gli immigrati come davanti a dei profughi, soprattutto considerati gli ultimi dati sull’immigrazione nel nostro Paese: il maggior numero di persone, infatti, non sceglie la strada della traversata via mare, ma preferisce entrare in Italia via terra, in particolar modo dai Balcani, attraversando – nel caso dei siriani, degli afghani e dei mediorientali in generale – la Turchia o la Grecia e rischiando, al massimo, di dover attraversare il Canale d’Otranto. Dove le operazioni delle forze dell’ordine non sono di salvataggio, ma di vera e propria polizia.
La situazione nel Mediterraneo orientale, quindi, non sembra essere estremamente grave dal punto di vista della perdita di vite umane (in pochissimi non ce la fanno), mentre invece nel Mediterraneo centrale si ha a che fare con un vero e proprio bollettino di guerra: nel 2014 hanno perso la vita più di 3400 persone, più della somma di chi non ce l’ha fatta nei tre anni
precedenti, cioè dall’inizio della stagione delle Primavere arabe; lo scorso aprile, si verifica la tragedia in mare più pesante dal secondo dopoguerra, con la scomparsa di circa 900 persone nel Canale di Sicilia, in una notte più traumatica del giorno che decretò la nascita di Mare Nostrum.
Perché, se i numeri crescono in maniera esponenziale, seguendo anche una certa evidente logica basata su proiezioni statistiche e previsioni da dati esistenti, diversi sono i modi e le misure in cui questi vengono analizzati: un evento drammatico diede vita all’operazione Mare Nostrum su iniziativa del governo Letta, e un evento ancora più drammatico riesce a smuovere la situazione in Europa e a spingere il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, a discutere una nuova agenda europea sull’immigrazione che riveda le disposizioni previste dal Trattato di Dublino (con alcuni punti controversi su cui il confronto si prevede aspro, come l’istituzione di una quota obbligatoria di migranti da ospitare per ogni Paese dell’Unione secondo criteri che vanno dal PIL ai tassi di disoccupazione interna). Quante vite sono andate perse nel periodo di attività con finanziamento base – 2,9 milioni su scala europea, a fronte dei 9,3 di Mare Nostrum su scala nazionale – di Triton? Troppe, in troppo poco tempo.
Ma il salvataggio e l’accoglienza dei migranti non possono essere circoscritti ad azioni di tipo umanitario. In gioco – sebbene in fasi storiche diverse – non è solo la sopravvivenza dei disperati in fuga dal Maghreb, dalla Siria e dalla regione sub-sahariana, ma quella dell’Europa stessa, un Vecchio continente che diventa sempre più vecchio.
Secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea sull’invecchiamento della popolazione dei Paesi membri e
sulla spesa pubblica per Paese in assistenza sanitaria e previdenza sociale, ogni voce di bilancio legata al sostentamento dei sistemi di welfare è in continua crescita. L’Europa si sta trasformando in un continente in cui gli anziani vivono sempre di più, ma sono anche quantitativamente sempre di più a causa dei bassi tassi di mortalità e natalità, delineando uno squilibrio tra ricchezza generata dalla forza lavoro e costi di alimentazione del sistema pensionistico.
È così che l’invocata integrazione autentica ed effettiva – con buona pace degli xenofobi secondo cui tutto pare cambiare, a parte quel che accade nel proprio cortile di casa – si rende necessaria non solo da un punto di vista umanitario, ma anche da un punto di vista economico-sociale.
I giovani che sbarcano sulle nostre coste rappresentano una forza di produzione essenziale alla sopravvivenza del Paese: occupano i posti di lavoro che, nel nostro caso, gli italiani tendono generalmente a non occupare e pesano di meno sul welfare state, generando un risparmio per lo Stato e una fonte di ricchezza per l’economia interna del Paese di riferimento, qualunque esso sia. Regolarizzare ed integrare i migranti, i protagonisti della diaspora moderna degli anni duemila, non può essere un tabù.
Bisogna farlo per loro, per altruismo, per noi, per egoismo. Il motivo può anche essere soggettivo, il risultato no: una società più multiculturale, più cosmopolita e più sostenibile è alle porte. Ad ogni costo, nel vero senso della parola, si deve lasciarla entrare.
















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