NARDO' - Giudici e/o legislatori nella gestione della crisi? Un tema molto attuale. Ringraziamo il dottor Potenza per aver pensato alla portella del cuore per la divulgazione della sua relazione.

Il 22 agosto 2012 ha avuto luogo a Nardò, S.Caterina, nella sede del Circolo nautico Oasi Club, organizzato dall’Osservatorio giuridico e culturale «Terzo Millennio» in collaborazione con lo stesso Circolo nautico e con il patrocinio della regione Puglia e della Provincia di Lecce e del Comune di Nardò, il IV Forum per il Terzo Millennio sul tema: «Giudici e/o legislatori nella gestione della crisi ? » con la partecipazione del Dott. Giuseppe Mario Potenza per «Terzo Millennio», del Prof. Achille De Nitto dell’Università del Salento e del Dott. Eugenio Mele, consigliere di Stato.
Il tema trattato ha suscitato ampio interesse nel folto uditorio e agli interventi dei Relatori è seguito un dibattito con altri numerosi interventi da parte dei presenti. Nella successione degli interventi alla relazione introduttiva del Dott. Giuseppe Mario Potenza ha fatto seguito la Relazione del Prof. Achille De Nitto, il cui testo si riporterà successivamente in quanto, al momento, non pervenuto alla Redazione.
Relazione introduttiva di Giuseppe Mario Potenza – Terzo Millennio.
Buonasera a tutti. Ci ritroviamo con la presenza del Dott. Eugenio Mele, Consigliere di Stato e del Prof. Achille De Nitto, dell’Università del Salento. Io chiamavo il Dott. Mele sempre negli anni ’90 quando per conto dell’Amministrazione provinciale di Imperia organizzavo convegni di studio nella sala consiliare di Imperia e nella sala conferenze dell’Ariston di Sanremo. Egli ci viene a trovare da diversi anni, da quando io mi sono collocato a riposo, intrattenendoci su temi di grande importanza sociale. Dal 2009, su suggerimento dell’amico Ernesto Portorico, chiamiamo «Forum» gli incontri di carattere giuridico perché destinati a coinvolgere la base popolare su temi di grande importanza sociale. Non risulta che in periodo estivo si siano tenuti mai, qui, da queste parti, incontri culturali su temi di carattere giuridico diversi dal nostro. Siamo stati, un po’, pionieri in questo.
La materia giuridica è ostica, ma del dott. Mele si è avuto modo di apprezzare, oltre al suo corredo culturale, lo stile pratico e scorrevole del suo dire, che tiene avvinto l’uditorio, e questo è stato detto da tutti gli amici qui a Nardò. E poi è stato sempre mio convincimento che i temi giuridici non devono essere riservati agli addetti ai lavori e alle categorie specifiche di studiosi, ma che invece debbano interessare tutti i cittadini, che certamente non disdegnano di interessarsi alla cosa pubblica. I fatti mi hanno dato ragione e a tanti di noi fa piacere sentire l’amico Mele. Dico questo senza togliere nulla al Prof. Achille De Nitto, che tutti noi abbiamo potuto sentire con pari interesse e simpatia già dall’anno scorso, quando egli è venuto a parlare sulla giustizia costituzionale nella sala del Centro bibliotecario del Carmelitani di Nardò.
Siamo in periodo di vacanza e di relax, ma ci vogliamo interessare al tema di questa sera, per quanto drammatico sia, molto disincantati e con quel distacco che ci serve quotidianamente di fronte ai problemi che ci circondano. Una cosa è ignorare i problemi, un’altra affrontarli con filosofia di vita e pazienza. Che non dobbiamo lasciarci prendere dal pessimismo è vero, ma il problema c’è ed è costituito da duemila miliardi di debiti che lo Stato ha contratto grazie alla disinvoltura dei politici di ogni colore. Costoro hanno gestito il nostro denaro con criteri non propriamente corrispondenti al bene comune ma, semmai al tornaconto personale. Questo dico facendo salvi quanti riescono con grande onestà e fermezza di carattere a mettere al primo posto l’interesse pubblico. Sto parlando dell’Amministrazione locale e mi permetto di dire questo dall’alto dei quaranta anni di esperienza, sia al Sud che al Nord, dove sono stato parecchi anni. Se poi spostiamo il discorso al Governo centrale, vediamo, in modo non meno accentuato rispetto al piano locale, la nebbia e i misteri che avvolgono l’operato di chi ci governa e il costume diffuso in politica, il politically correct che, come noi tutti sappiamo, è un criterio comportamentale di tutti, a qualsiasi parte politica appartengano, diverso rispetto ai criteri suggeriti dall’etica.
Lascio ai due Relatori che seguono l’illustrazione del ruolo dei giudici e dei legislatori (è significativo questo plurale) nella grave crisi che attualmente ci attanaglia. Mi limito solo a sottolineare una domanda che il cittadino si può porre in occasione di questa crisi. Considerato che ora, al di là degli effetti conseguenziali della recessione globale estesa oltralpe, ora stiamo raccogliendo i frutti del governo di tutti gli anni passati, i cittadini possono fare qualcosa per scongiurare eventuali illusioni per il futuro ? Non esiste classe più screditata di quella politica. I politici hanno sempre fatto grandi proclamazioni, ma i fatti ci dicono che non ci possiamo fidare. Se noi andiamo a comprare un elettrodomestico, ci facciamo dare la garanzia per il caso che risulti, entro il periodo previsto, un difetto di fabbricazione, sicché, se questo risulta, ci facciamo sostituire l’oggetto difettato con un altro. I politici dicono solo parole per avere i voti, ma finora abbiamo visto che, dove più dove meno, essi nascono fabbricati con la stessa sostanza, pur fatte le debite eccezioni che, però, non cambiano i termini del problema. L’unica cosa certa è che essi dopo aver svolto la loro attività, si sono aggiustati le ossa, e sappiamo che esistono i «politici di professione». Tanti sono stati eletti pur essendo coinvolti dalla giustizia penale, tanti hanno fatto i loro comodi in Parlamento, con presenze a piacere, e nessuno ha mai potuto fare niente perché il politically correct non ha mai guardato a queste cose.
Si può tentare di dare una risposta alla domanda. I cittadini possono far sentire la loro voce con una più realistica applicazione dell’art. 49 della Costituzione che ne afferma il diritto alla formazione della politica nazionale, il che può avvenire benissimo al di fuori dei partiti politici, che in questo articolo hanno una funzione strumentale. Questa voce serve per fare proposte di legge al Parlamento e proposte di più corretta applicazione della legge al Governo quando perdura il silenzio istituzionale di fronte a certe incongruenze, e serve, inoltre, per fare proposte mirate per aggiustare il tiro al Governo a titolo di prevenzione quando si notano segnali di sgarro e prima che si vada all’irreparabile. Circa le proposte di legge è vero che c’è l’art. 71, comma 2, della Costituzione, ma io parlo di iniziative al di fuori dei partiti politici, e in questo caso occorrono presupposti organizzativi di rilevanza istituzionale prevista con legge che al momento manca e che, di fatto vanifica ogni iniziativa.Per far sentire la loro voce i cittadini hanno bisogno di strumenti adeguati, cioè previsti da apposita legge che ponga i presupposti di fattibilità a preveda la rilevanza dell’operato dei cittadini. In mancanza di questa legge l’art. 49 rimane lettera morta, come è stato finora. Per far sentire la loro voce i cittadini debbono prima avere il quadro chiaro e fare le loro valutazioni: a tale scopo essi devono essere periodicamente informati dai parlamentari sull’andamento della cosa pubblica. Questa informazione si estende all’operato di merito degli stessi parlamentari. I parlamentari dovrebbero essere giudicati da un organismo super partes con una valutazione sulla base di dati obiettivi.
I cittadini hanno il diritto di sapere come vanno le cose non alla fine del mandato o, come più spesso succede, dopo che è trascorso bel tempo e si scoprono gli altarini, bensì a mano a mano. In altri Paesi, con ordinamento non meno democratico del nostro, è prevista la revoca dei parlamentari ancor prima della scadenza del mandato per loro indegnità. È ora che da noi ci sia una legge per una previsione analoga. A proposito dell’invito, fatto da parte governativa ai cittadini di mandare messaggi per esprimere opinioni sugli sprechi del denaro pubblico, il Prof. Stefano Zamagni dell’Università di Bologna, in una intervista riportata poi nel Corriere della Sera (24 giugno 2012), ha ricordato la sua proposta di un modello di democrazia deliberativa. I cittadini, egli ha detto, devono essere coinvolti, ma non così. Piuttosto devono essere consultati con i cosiddetti forum deliberativi che sono rigidamente regolamentati, come avviene in molti Paesi del Nord. È un altro impegno, questo, egli ha concluso, rispetto a quello di mandare una mail che non responsabilizza.
Sappiamo quanto determinante sia nel nostro ordinamento l’ingerenza dei partiti politici. Si è detto che il nostro è uno «Stato dei partiti». Il fatto è che in Italia il nostro è uno «Stato dei partiti» all’italiana. Siamo lontani, infatti, dal Parteienstaat del modello di Gerhard Leibholz, dove i partiti si configurano come «forme di autoorganizzazione del popolo per l’esercizio dell’attività politica», mentre essi in Italia, ha osservato a giusta ragione Vincenzo Baldini, si atteggiano in sostanza a soggetti autonomi ed esclusivi della dialettica politica e quindi in una «posizione formalmente esterna ed estranea rispetto al complesso degli organi pubblici dello Stato», in quanto «il Parlamento da luogo di formazione della decisione politica trasfigura in sede istituzionale di ratifica della stessa che, di norma, viene definita nella sedi informali della politica (segreterie di partito, vertici di partito etc.)». Quando si dice, sic et simpliciter, che partiti sono previsti nella Costituzione, si dimentica che non esiste ancora una legge che ne disciplini l’attività, e questa latitanza della legge noi l’abbiamo esperimentata pure sotto l’altro aspetto dei «rimborsi» (che non sono mai stati veri e propri rimborsi per spese verificate con qualche controllo) in sostituzione dei «contributi» : con una diversa terminologia il referendum fatto sul finanziamento dei partiti è rimasto snobbato. Consapevoli di questa mancanza di controlli i politici di turno ogni tanto dicono «Mi assumo le mie responsabilità» e rivolgendosi ad altro politico con il quale configgono dicono «Si assuma le sue responsabilità». E si sa che questa responsabilità è solo aria fritta. Ora da parte dei politici si finge di ignorare che l’inasprimento fiscale particolare in Italia è causa, anzitutto, del vistoso debito pubblico, prodotto da anni e decenni di allegra finanza da Governi di ogni colore. È ora che si abbia una svolta e che si chiedano garanzie con l’istituto della revoca dei parlamentari e con l’istituto del controllo popolare.
Per questi motivi si rende necessaria una conferenza dei cittadini composta da rappresentanti nominati secondo apposita procedura tra quanti ne abbiano i requisiti e siano compresi in apposito albo, il tutto previsto da una legge. Questo è stato da me sottolineato da tempo e, da ultimo, nell’incontro organizzato nel 2009 dall’Unitre di Nardò sul tema «Il cittadino e gli enti locali: prospettive e speranze» (il testo degli interventi è stato poi riportato nel n. 3/2009 della Rassegna «Terzo Millennio»). Grazie per l’attenzione.
















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