PDM - Questo diario di bordo arriva dopo molte settimane di assenza. Capita di assentarsi per un po', di non avere né voglia né tempo di incontrare gente. Ma voi siete tanti e ci volete bene. Il discount dell'informazione va rivisto e corretto: il web è un'opportunità per diversificare e non per omologarsi. Da oggi provo a dare qualcosa di più, speriamo bene.
Si dice che le ideologie non esistono più. Che è finito tutto, che non c'è più destra né sinistra.
Non è sicuramente colpa mia anche perché, sui “temi”, credo che la sensibilità esista ancora. Lo noto dal fatto che, a leggere “Il Giornale” (povero Montanelli...), mi viene l'orchite quando i giornalisti fanno i ragionieri per spiegare al pecorame che la scuola paritaria permette un risparmio di sei milioni di euro... “eppure i finanziamenti da parte dello Stato non aumentano”.
Già il fatto che lo scriva il Giornale mi fa venire il pregiudizio. E mi sento sicuramente di sinistra, anzi no: semplicemente e continuamente in opposizione al Giornale, a quelli che lo fanno, lo leggono e lo comprano. Comunque recupero un barlume di ideologia.
L'intolleranza, poi, si sta facendo sempre più invadente. Oggi c'è, in questa città, un convegno (in verità è uno spot per vendere un libro e per diffondere un credo) per raccontare quant'è bella la scuola paritaria e penso severamente che se fossi stato io sindaco, assessore o amministratore di questa città non avrei, con semplicità, accettato di andare a presenziare. Cose che solo due anni fa non avrei nemmeno pensato ma che oggi ritengo ineluttabili.
Non si può più accettare il dialogo, bisogna respingerlo senza esitazioni. Altrimenti, a forza di fare i democratici, ci ritroviamo con la questa sinistra qui: impotente.
Perché mi fa arrabbiare questo convegno? L'esperienza del nord, come la storia ormai ci insegna e faremmo bene a darle retta, non può essere replicata al sud. C'è un dna che ulula alla luna.
L'esperienza straordinaria ed onesta delle marcelline non è uno stampo che può essere impresso su ogni terreno e questa non è un'affermazione gratuita: l'esperienza delle scuole paritarie al meridione (perché di questo territorio ho conoscenza ma non escluso che ciò accada in tutta la Nazione) racconta tutta un'altra storia.
E cioè di utenti che pagano due volte: come cittadini quando versano i tributi all'erario (contributi che poi vanno anche alla scuola privata) e quando pagano l'esosa retta della scuola. In cambio che cosa ottengono?
Spesso i servizi di insegnanti demotivati perché ci sono tante scuole paritarie che, in cambio del punteggio (per poi accedere alle graduatorie della scuola pubblica!) sono disposti, per disperazione, a firmare buste paga senza percepire un centesimo.
Spesso sono anche costretti a seguire corsi di perfezionamento e formazione che costano fino a mille euro. Appare evidente, dunque, che in una scuola privata capita che l'insegnante lavori per il punteggio (garantito dallo Stato) e della successiva indennità di disoccupazione (garantita dall'Inps).
Lo Stato paga tre volte ma i soldi se li intasca l'imprenditore-dirigente della scuola.
Ecco, dunque, il paradigma cioè la sintesi e il modello: lo Stato dà i soldi alla scuola privata che umilia gli insegnanti svilendone ruolo, prende denaro dagli iscritti, dà un servizio migliore solo in apparenza (gli ambienti, le strutture - e non sembre: la cronaca racconta di bimbi al freddo in aule disadorne, ancorché private! - ma non la qualità degli insegnamenti: dà solo la certezza del risultato “a pagamento”), froda la collettività, impoverisce la scuola pubblica.
La privatizzazione della scuola ha sortito l'effetto desiderato dal capitalista de noantri: farsi tanti soldi facili.
E' uno schifo, è un'indecenza che non ci vorrebbe nulla a smontare: basterebbe prendere i cud (fittizi) degli insegnanti, rilasciati dalla scuola, e confrontarli con i conti correnti degli stessi. Quando mancano, sul conto, i 25 mila euro dello stipendio, il cerchio si chiude.
In base alle norme sulla parità scolastica, infatti, la Legge n.62 del 2000, le scuole private, per avere riconosciuta la parità, devono possedere una serie di requisiti. Tra questi c'è quello secondo cui devono reclutare solo personale docente abilitato e devono retribuirlo in base ai contratti nazionali. Ci significa che per legge le paritarie devono assumere solo personale abilitato. Quindi non solo è necessaria la laurea specialistica, ma anche l'abilitazione conseguita tramite Ssis o vecchio concorso. La retribuzione deve essere quella prevista dai contratti della statale, quindi per 18 ore dovrebbe aggirarsi sui 1200 o 1300 euro. Un sogno.
Allora, le Marcelline vanno bene e sono un esempio davvero virtuoso da seguire ma sono anche la testa d'ariete perché, una volta spalancati i portoni, la scuola pubblica diventi “la serie B, C o D”. Immeritatamente, perché l'ombrello dello Stato, la protezione del Pubblico, sono beni preziosi. Nel Pubblico il servizio è sempre garantito, non c'è lo sfruttamento né l'arricchimento dell'imprenditore di turno che con l'etica si pulisce il deretano.
Poi c'è la Costituzione, la metto qui in coda e mi scuso. Ma se pensate che i soliti giornali “liberali” la “interpretano” capirete che la mia è devozione nei confronti della Carta, che Dio ce la protegga sempre da questi barbari. Sì, i giornali di cui sopra “interpretano” (con venti di questi “interpreti” contemporanei non replicheremmo l'arguzia del cane di un padre costituente) il dettato costituzionale, in particolare l'articolo 33, ampiamente disatteso, che sulle scuole paritarie appare chiarissimo: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Eppure c'è chi lo interpreta, tanto è vero che riempie di soldi le private.
Magari proprio oggi le esperte ci diranno che questa è una lettura restrittiva e antistorica della Costituzione, che solo a nominarla dovrebbero alzarsi in piedi e chiedere scusa per averlo fatto.
Vabbene, questo è uno dei pochi argomenti che mi fa andare in bestia. Chiudo elevando lo spirito, con una citazione tratta da uno studio di uno dei più grandi giuristi viventi che mi onoro di conoscere e frequentare da tanti anni, il professore emerito Piero Bellini: “Come per uno scambio delle parti, l'elogio della scuola privata è pronunciato nel nome di una superiore “istanza pluralistica”, quando invece a una esigenza di tal genere (di diversificamento culturale) ha inteso proprio corrispondere l'opposta soluzione: quella della scuola pubblica, affidata a un corpo di insegnanti liberi”.
Liberi, Bellini dice: liberi.
“Sia storicamente sia idealmente è stata appunto questa (la scuola pubblica) a affermarsi – nella nostra vicenda nazionale – come strumento civico essenzialmente pluralistico. Eppoi – quando s'invoca l'appoggio finanziario pubblico come un che di intimamente rispondente ai compiti di “incentivazione” che son propri dello Stato sociale – non ci si cura del pregiudizio che in effetti ne verrebbe, proprio in termini solidaristici, a un più efficiente espletamento delle funzioni d'interesse generale di diretta pertinenza del pubblico apparato. Si ignora che un simile intervento (gravosissimo) sarebbe giusto tale da distrarre le pubbliche risorse – già di per sé esigue – da una più congrua ordinazione a diretto beneficio delle strutture comunitarie generali, che son quelle a cui il perseguimento dei fini sociali dello Stato si affida proprio con maggior immediatezza. Le quali – come tutti sanno – versano in Italia in una situazione di dissesto grave che la nostra comunità civile non merita di dover seguitare a tollerare. Troppe cose si dimenticano, in una contesa a volte astiosa. Si dimentica che la promozione della scuola pubblica in Italia – nella più fervida stagione della nostra unificazione nazionale – fu precisamente destinata alla liberalizzazione e allo sviluppo della istruzione popolare: togliendo alla scuola confessionale cattolica (per lo più riservata alle famiglie abbienti) il monopolio dell'insegnamento, che finallora le era appartenuto da tempo immemorabile”.
Stiamo tornando indietro, non c'è dubbio. Periamo nell'Europa.
Concludo: perché sono le due di notte e sto qui per farmi leggere da cento, duecento persone appena? Perché non incollo, in questo tempo, cinque comunicati stampa? Non ho figli da mandare a scuola, vivo in maniera decorosa e sufficientemente agiata. Mi agito perché "ad altri" verranno a mancare i servizi, perché chi si fa imbottire il cervello di bambagia al cloroformio poi verrà a piangere perché non avrà i soldi per mandare i figli a scuola, per pagare il ticket della mensa, per comprare i libri.
Potrei fregarmene ma non mi rassegno. Prima di rassegnarmi all'atrofia, penso.
Nonostante il convegno di oggi al quale quasi sicuramente non andrò, continuo a credere che l'ideologia non è morta se continuo a pensare. Possiamo continuare a modellarle noi le cose che ci circondano se continuiamo a ritenere che “a credere in qualcosa non si muore”.
Belle cose















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