NARDO' - Caro direttore, a me le persone raccontano storie che appaiono di “ordinaria follia istituzionale”, e a modo mio scrivo. In quelle vicende c’è il dolore di tanti, le afflizioni che ognuno si porta dentro. Ma nello stesso tempo l’idiozia e le deficienze di altri.
Questa è una breve storia raccontata da un amico, che conosco da vecchia data.
Mario, (nome di fantasia) quando ha iniziato a parlare, aveva quasi le lacrime agli occhi. Ma l’ho incoraggiato ugualmente a parlare. Premetto che lui è affetto da diverse patologie, la più rilevante è una poliomielite che si porta dalla nascita.
Giorni prima si era sottoposto a visita presso una commissione, e il medico, appena l’ha visitato, gli fa: “…ma tu dove ce l’hai la poliomielite, se cammini meglio di me”.
Il sanitario, dopo questa battutaccia da bettola, ha scritto che Mario non aveva diritto ai benefici per cui aveva richiesto quella visita.
Preciso che Mario, come qualsiasi persona portatrice di handicap, la sua patologia è visibile quando cammina, e la mostra con dignità e rassegnazione.
Ma, ne sono convinto, non si sarebbe mai atteso che fosse un medico a stigmatizzare se cammina bene o no, con beffa finale.
La mia domanda è semplice: ma un medico, che ha eseguito il giuramento di Ippocrate, può esprimere valutazioni irriguardosi nei confronti delle persone svantaggiate?
Ippocrate dice: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa”.
Due sono le cose: o il medico in questione quando studiava, per diventare un clinico, non gli è mai capitato di approfondire alcune patologie (cosa impossibile) oppure “il luminare” che gli ha conferito la laurea era talmente sbadato che ha fatto finta, in commissione d’esame, di “non vederlo e l’ha fatto passare”.
Maurizio Maccagnano - sindacalista dissidente















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