NARDO' - Caro direttore, ma se Giulia fosse sopravvissuta, cosa avrebbero fatto per lei le istituzioni, psicologi e assistenti sociali? Avrebbero detto che quell’”uomo” sarebbe comunque un papà amorevole?
Conosco molte situazioni di donne, e madri, che denunciano i mariti, compagni ed ex, per maltrattamenti sui loro corpi; per violenze sui figli, ma per alcuni giudici, assistenti sociali, psicologi e Ctu (consulenti tecnici d’ufficio) questi sono, comunque, dei “padri amorevoli”. Al contrario sono le madri colpevoli, simbiotiche ed usano i figli contro i papà.
Questo scrivono, spesso, nelle loro relazioni tecniche e sociali “gli esperti” che vogliono incoraggiare e favorire gli uomini violenti, al posto di punirli.
Fabio Roia, magistrato, in merito ai femminicidi, e dopo il brutale delitto compiuto nei confronti di quella povera ragazza, incinta di sette mesi, di Giulia dice:
«Manca ancora la condanna sociale. Anche tra i giovani c’è l’idea del predominio maschile».
“Purtroppo nel nostro contesto culturale è ancora incrostata l’idea che la donna sia qualcosa di “mia proprietà” di cui posso disfarmi. Lo squilibrio di potere nei rapporti tra i sessi è ancora forte. Un cambiamento c’è ma è lento, non c’è stata ancora una svolta. Perché i messaggi che arrivano dalla società sono contrastanti”.
Aggiungo io, non c’è la disapprovazione per questi crimini. In primo luogo da parte delle istituzioni, di chi ha in carico di seguire questi casi.
Ecco perché quando una donna denuncia, legittimamente, il compagno di prepotenza verso di sé e i suoi figli, scatta subito il meccanismo del “predominio maschile”, per cui la donna diviene vittima due volte: dal maschio e dalle istituzioni. Anzi, accade spesso che è costretta a difendersi da due mostri.
Continua il magistrato Roia: «Partiamo dalla comunicazione dei media che non è sempre corretta quando si parla di femminicidi, anche nella scelta delle parole, si tende ancora a voler trovare una giustificazione, un’attenuante al gesto dell’uomo.
“E poi, manca ancora una vera condanna sociale della violenza: quella che si costruisce nella quotidianità. Per esempio, e parlo ai miei “colleghi di genere” maschi, reagendo alle battute sessiste o a tutte le situazioni in cui la donna è oggettivizzata”.
Pertanto, la cultura maschilista non si è attenuata con il passaggio generazionale.
«I dati ci dicono che la fascia di età di chi commette questi reati va dai 18 ai 35 anni. Quindi anche ai giovani viene trasmesso il messaggio del “predominio maschile sulla donna”.
Da questo la mia domanda: se Giulia fosse sopravvissuta al suo carnefice, cosa avrebbero fatto per lei le istituzioni, psicologi, assistenti sociali, giudici e Ctu?
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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