Erano gli anni Sessanta. Il 15 agosto, giorno dell’Assunta, nella mia infanzia non era soltanto una festa religiosa. Era un giorno fatto di rituali, consuetudini e tradizioni che si rinnovavano ogni anno e che oggi, a distanza di tanto tempo, riaffiorano nella mia memoria come preziosi frammenti di un mondo lontano.
Uno di questi mi riporta a quando ero bambina e trascorrevo l’estate nella nostra casa di villeggiatura a Mondonuovo.
La vigilia del 15 agosto, mia madre mi affidava un incarico che, ai miei occhi di bambina, era davvero importante: invitare le vicine alla recita delle “Centu Cruci”, che si sarebbe tenuta il giorno successivo, alle tre del pomeriggio.
Io prendevo molto sul serio quel compito. Inforcavo la mia bicicletta Carolina e partivo per il mio piccolo giro di visite. Una casa dopo l’altra, pedalavo per le stradine di campagna e mi presentavo alle vicine con tutta la serietà di una bambina che sente di essere stata investita di una grande responsabilità.
«Domani, alle tre, recitiamo le “Centu Cruci”. La mamma vi invita. Venite!» dicevo, orgogliosa di quella piccola missione.
Ero felice di poter svolgere quel compito. Senza saperlo, anch’io partecipavo a una tradizione che apparteneva alla mia famiglia e alla comunità.
Il pomeriggio dell’Assunta, qualche minuto prima delle tre, cominciavano ad arrivare le vicine: Nina, con la figlia Anna e il marito Ucciu, Gina con la figlia Madia, Trieste, comare Anna e donna Concetta.
Quest’ultima non era nobile, ma tutti la chiamavano così perché era di Lecce. A quei tempi essere di Lecce dava prestigio: la città era considerata un luogo importante, più ricco e istruito rispetto ai piccoli paesi. E così Concetta, pur non essendo nobile, era diventata per tutti “donna Concetta”. Una cosa che oggi può far sorridere, ma che allora era del tutto naturale.
La mamma accoglieva le vicine e le faceva accomodare sul lato della casa che rimaneva all’ombra. Aveva già predisposto le sedie e un piccolo altarino con l’immagine della Madonna, un vaso di fiori di campo e una candela accesa.
Alle tre in punto, mia madre prendeva tra le mani il rosario.
Con tono sicuro e solenne, dava inizio alla recita delle “Centu Cruci”:
Pensa, anima mia, ca à murire;
la Valle ti Josefat imu scire truare
e lu nimìcu nanzi ndi ole issìre.
Fermu nimìcu,
no mi tentare no mi ’ttirrire,
ca centu cruci fici an vita mia
lu giurnu ti la Vergine Maria.
Mi li fici e mi li scrissi,
parte ti l’anima mia tu no nd’abbìsti.
Mia madre scandiva lentamente le parole di quella formula dialettale. Io ascoltavo in silenzio.
Era la voce che conoscevo bene, la voce della mia mamma, ma in quei momenti sembrava assumere una forza particolare. Riempiva lo spazio e dava solennità a quel rito antico che si rinnovava ogni anno, sempre uguale e sempre carico di significato.
Allora non comprendevo fino in fondo il senso di quelle parole. Oggi, invece, quando le ricordo, mi sembra di riascoltare non soltanto una preghiera, ma la voce di un tempo lontano che, attraverso mia madre, è arrivato fino a me.
Quelle parole dialettali appartengono alla mia infanzia, alla mia casa e alla fede semplice della mia famiglia. E ancora oggi, quando le ripeto dentro di me, è come se mia madre fosse lì, seduta al suo posto, con il rosario tra le mani, pronta a dare inizio alla preghiera.
Alla fine della recita, il raccoglimento lasciava lentamente spazio alla convivialità.
Le zie tiravano su dalla cisterna una grossa anguria, che avevano messo al fresco legandola a una corda. La tagliavano a fette e le disponevano su un vassoio, offrendole ai presenti.
Mia madre, invece, offriva una fetta del panettone che aveva preparato con cura: imbevuto di caffè, farcito con una morbida crema, ricoperto da una glassa di zucchero e guarnito con piccoli cioccolatini.
A completare quella semplice ma golosa merenda c’era un bicchiere di granita di orzata, fresca e profumata, che sembrava fatta apposta per ristorarci dal caldo del pomeriggio d’agosto.
Anche quel momento faceva parte della festa. Dopo la preghiera ci si ritrovava insieme a scambiare qualche parola, a ridere e a gustare quelle piccole delizie preparate con cura.
Era una festa fatta di poco, ma quel poco aveva il sapore delle cose buone: la fede, la famiglia, l’amicizia, la condivisione e la semplicità.
Forse è proprio per questo che quei pomeriggi dell’Assunta sono rimasti così vivi nella mia memoria. Non c’erano grandi preparativi né cose straordinarie. C’erano persone care, rituali antichi e piccoli gesti che, senza che me ne accorgessi, stavano diventando parte della mia storia.
Insieme alle “Centu Cruci“ riaffiora anche una raccomandazione che le mie zie mi ripetevano ogni anno, nel giorno dell’Assunta:
«Nó ti fare lu bagnu lu giurnu ti l’Assunta, piccè la Matonna si pigghia toi agnuni: nu masculu e ’na femmina.»
Da bambina ascoltavo quelle parole con un certo timore. Il tono serio delle zie non lasciava spazio a dubbi: quel giorno il mare non andava sfidato. E io, pur non sapendo fino in fondo se crederci, preferivo non correre rischi.
Era una delle tante credenze popolari che si tramandavano di generazione in generazione, sospese tra fede, mistero e paura. Forse era anche un modo semplice per mettere in guardia i ragazzi dai pericoli del mare.
Ora, più che la paura di quella credenza, ricordo il mistero che avvolgeva il giorno dell’Assunta. Il 15 agosto diventava così un giorno diverso dagli altri, un giorno sacro da rispettare, nel quale persino il mare sembrava custodire un segreto.
E oggi, quando penso a quel giorno, rivedo tutto con gli occhi di quella bambina: la mia bicicletta Carolina, la casa all’ombra, l’altarino con l’immagine della Madonna, le sedie disposte per le vicine, la voce della mamma, le ”Centu Cruci”, l’anguria tirata su dalla cisterna, il panettone con la crema, la granita di orzata e quella raccomandazione delle zie sul mare.
Allora non potevo sapere quanto quel piccolo mondo sarebbe rimasto dentro di me.
Oggi so che quei gesti semplici, quelle voci, quelle preghiere e quelle antiche credenze sono diventati una parte preziosa della mia memoria.
Mariella Adamo
















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