NARDO' - E’ ufficiale, il sindaco Marcello Risi si ripresenterà alle prossime comunali e lo fa dire al segretario cittadino Pd Rino Giuri che lo giudica meritevole di proseguire il suo mandato. Tutto si può dire, ma non che manchi la chiarezza. Dovranno essere semmai altri (candidati a sindaco) a dire la loro e, evidentemente, a non dichiararsi d’accordo.
Questo, un inciso che chiameremo di prossimità. Oggi, però, voglio parlarvi di Antonio Decaro, barbuto sindaco Pd di Bari, non proprio uno degli ultimi arrivati, eletto in pompa magna alla carica di primo cittadino e a capo della Città Metropolitana. Godeva di buona reputazione. Godeva. Per il resto tanto impegno e, dati alla mano, risultati al di sotto delle aspettative.
Ci sono sindaci che, come per i fulmini, attirano gli strali dei propri cittadini, altri che stanno perennemente in bilico. Altri ancora amano apparire e spendono il loro tempo tra una presentazione di libri (volesse Iddio!) e inaugurazioni di varia umanità. Un’altra categoria non crede al destino che li ha baciati e per un periodo (anche lungo, succede), vanno un po’ fuori di senno. Con risultati negativi per le comunità che governano.
Attenzione, non cose gravissime, ma certamente un disturbo della personalità che può portare anche a qualche fastidiosa conseguenza. Poi ci sono sindaci che non lo sono affatto, sindaci solo “sulla carta”, tanto da chiedersi come abbiano fatto a concorrere o, peggio, i cittadini a sceglierli. Infine, ci sono i sindaci furbi, campioni della cooptazione. S’intende, della parte avversa, che fa passare armi e bagagli dalla sua parte. In tal modo – pensano – dureranno di più e potranno infischiarsene di tutto e tutti. Ma, direte, cosa c’entra Decaro con tutto questo? C’entra, eccome, perché Decaro è il paradigma dell’odierna politica e, sperabilmente, non della prossima ventura.
Tutto cominciò con la benedizione di Renzi (mentre Emiliano si teneva alla larga) e la vittoria a mani basse a sindaco di Bari. Si deve essere sentito subito onnipotente (omettevo, ci sono sindaci che si sentono onnipotenti) e si inorgogliscono del detto cesarino-mussoliniano “molti nemici, molto onore” e subito investito di tanta carica fece la presente e clamorosa promessa: “mai più nomine di parenti e trombati della politica”.
Perbacco, gli veniva facile, forse pensando (lo pensiamo noi) a quanto succede al Policlinico e all’Università di Bari (ma gli enti sono certo più numerosi), dove non si sfugge per gli incarichi a una manciata di cognomi illustri. Sempre gli stessi e non sempre consanguinei. Si tratta di fratelli e sorelle, cognati, generi, cugini, amici, portaborse, amanti. Recenti inchieste lo hanno dimostrato. Insomma, una mafia capitale, stavolta in salsa barese.
Pertanto, Decaro faceva bene a fare quella dichiarazione. Faceva. E’ successo, invece, quello che non doveva succedere e, ripensandoci, bellamente ha pensato di sistemare un buon numero di amici in varie postazioni, attirandosi le ire dell’opposizione e di qualche suo sodale, prontamente zittito. Decaro ha ammesso e poi si è giustificato dicendo che ha voluto “pescare” i nomi nell’ambito politico, ritenendoli maggiormente affidabili.
Sì, come nel caso di Maria Carmen Lorusso, nominata alla presidenza del nucleo di valutazione e controllo strategico dell’ex Provincia. Chi era costei? E’ la compagna di Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale passato da FI al centrosinistra e ora presidente del movimento politico Realtà Italia e azionista di maggioranza che sostiene il sindaco a palazzo di città.
Possiamo aggiungere, “accordo” conveniente per le due parti. Ancora? La consigliera Anita Maurodinoia, eletta in consiglio con il Movimento Schittulli e poi passata col centrosinistra. Fermiamoci qui. Ma Decaro (è giusto) deve avere un gran concetto di sé. E’ successo così che alla Fiera del Levante il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti abbia mostrato tutta la sua sicumera sul gasdotto TAP il cui approdo è previsto a Melendugno (un vero lottatore il sindaco Marco Potì).
“Un’operazione strategica a impatto ambientale e paesaggistico minimo” – ha detto – scatenando la reazione dei mai ascoltati sindaci intervenuti (salentini ma anche baresi) che si sono tolti la fascia, abbandonando per protesta la sala. E Decaro? “Gesto inadeguato per una cerimonia istituzionale”- ha dichiarato. Davvero delicato il sindaco Antonio Decaro che con questo fa scoprire le sue buone maniere. Multa un migrante sorpreso sdraiato su una panchina ma lascia indisturbati e fa il solletico alle bande dei parcheggiatori abusivi, con Bari capitale mondiale di questo fenomeno.
Abbiamo, poi, sindaci sfortunati, sindaci minacciati, sindaci svagati e sindaci da applauso. Per i primi citerei il gallipolino D’Errico. Non si è mai capito se sia stato mai in sella, messo sempre in discussione; per i secondi tutta la solidarietà al sindaco di Calimera Francesca De Vito, cui è stata recapitata una lettera con due proiettili. A tal proposito non s’è poi capito (difficile per tutti) l’intervento del Sottosegretario (ed ex dirigente sindacale) Teresa Bellanova che parla di stare vicini ai “sindaci-donna”. D’accordo, ma perché questa sottolineatura di genere? Per gli svagati bisogna citare Il leccese Paolo Perrone che non crede all’indagine della magistratura sui contatti criminalità-voti alle ultime comunali.
Un grande applauso, invece, va al sindaco di Tricase Antonio Coppola che vuole salvare a tutti i costi Palazzo Comi-Casa della Cultura, la casa del grande poeta Girolamo Comi a Lucugnano, diffidando la Provincia di Lecce a sospendere il bando di gara che intendeva affidarlo per 30 anni a privati. Ci sarebbe da aggiungere che prima di agire i responsabili di tanto misfatto farebbero bene a leggersi qualche sua poesia e del suo amico poeta Alfonso Gatto.
Infine, ci sono sindaci che non solo sbagliano tiro ma che talvolta incappano in provvedimenti (ordinanze) bizzarre e fanno una pessima figura. E’ successo che il buon Cosimo Durante (all’epoca dei fatti, anno 2009, sindaco di Leverano), con un’ordinanza “particolare” richiedeva a un cittadino “di provvedere con immediatezza allo spostamento dei cani di sua proprietà in modo da impedire loro l’accesso nell’area a ridosso dell’abitazione della vicina, nonché di installare, al confine con la proprietà una barriera idonea ad attutire la rumorosità provocata dall’abbaiare dei suddetti animali entro dieci giorni”.
Per una volta, sensatamente, il TAR ha accolto il ricorso del proprietario dei cani ritenendo illegittimo l’utilizzazione del potere straordinario di ordinanza contingibile e urgente”. Dunque, nessun pericolo per l’incolumità pubblica, nessuna urgenza particolare anche perché, nel caso in questione, i cani abbaiavano soltanto quando vedevano estranei avvicinarsi. Succede sempre così al loro passaggio e succede anche per la casa affianco dove abito. Pertanto, “ non si trattava di tutelare la salute e l’incolumità pubblica, bensì il disturbo di un vicino, peraltro accertato solo ove si verifichi la presenza di estranei, quindi una circostanza non rientrante nella eccezionalità e imprevedibilità”.
Da tutto ciò si evince che il sindaco Durante non ha mai avuto un cane e forse nemmeno i suoli parenti e amici. O che, semplicemente, non ne conosceva la specie. Nella circostanza ha però voluto vestirsi da “sceriffo”, come dichiarò a suo tempo lo Sportello dei Diritti degli animali.
Sindaci, sveglia!
(Luigi Nanni)















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