NARDO' - Ieri pomeriggio ho voluto fare un giro sulla cosiddetta “Villa”. Stavolta a piedi e non in auto, come più spesso accade. In questi giorni mi aveva sempre colpito il gran numero di migranti seduti alla panchine. Davvero, non una novità. A gruppi di tre, quattro.
Ne ho contati trentasette, un numero molto alto. Parlottano tra loro e qualcuno gioca col telefonino. Facendo un rapido e prudente calcolo, debbo immaginare che almeno altrettanti stazionino vicino alla Pesa Pubblica dove si fermano in un bar. E altri gruppi, sia pure meno numerosi, si vedono in giro o in attesa di consumare un pasto alla Caritas di Nardò, un’istituzione verso cui dovremmo nutrire grande riconoscenza.
Insomma, un numero di arrivi superiore a quanto preventivato (furono le autorità, Prefettura in testa, a parlare di massimo una settantina). E i problemi cominciano già ad affacciarsi come prontamente ha denunciato la stampa locale. S’è capito, si tratta dei raccoglitori di angurie ( le famose “angurie di Nardò” certificate alla buona nei vari punti vendita), che ancora una volta hanno scelto il territorio di Nardò per un bisogno di lavoro e “giusta mercede”.
Chissà – dovremmo almeno pensarlo – se quest’anno per loro andrà meglio e se i produttori avranno scelto la via della correttezza e del riconoscimento dei diritti (altrui). E, dato che sulla questione si è steso il velo del silenzio, ricordiamo sommessamente che il processo Sabr è già entrato nella fase dibattimentale. Dunque, aspettiamo prima di giudicare, perché per i raccoglitori ci sarà pur sempre un “giudice a Berlino”. Una vicenda che non potrà non lasciare evidenti strascichi, ammenochè non si voglia tutto dimenticare. Lo storico sciopero dei migranti, le difficili condizioni di lavoro, la realtà della loro presenza non perfettamente intesa. E senza tentare un’analisi sociologica.
Ci soffermeremo, pertanto, su taluni aspetti di questa nostra convivenza. Diciamo subito che Nardò è una città ospitale. Lo sappiamo. Ho avuto modo di parlare con taluni migranti e tutti hanno sottolineato questo aspetto. Semmai, dal un punto di vista “oggettivo”, non facciamo quanto sarebbe necessario. Forse quello di aprirci alle loro esperienze, prestare un migliore ascolto (vale anche per i migranti), familiarizzare un po’, prendere insieme un caffè o, ancor meglio, fornire un aiuto.
Tutto ciò è stato e viene fatto, anche se persistono barriere e dalle due parti resta sempre un po’ di diffidenza. Diffidenti anche loro. Bisogna capirli. Non conducono una vita davvero agiata e spesso sono vittime di angherie. Sempre a rincorrere occasioni di lavoro e la necessità di guadagnare.
Per inviare quasi tutto alle famiglie di origine (Senegal, Algeria, Benin, Togo, Nigeria) risparmiando su tutto, evitando piccole spese che a noi sembrerebbero banali. Credo che a tutto questo dovremmo prestare una migliore attenzione. A cominciare dall’ente pubblico che è chiamato a fare la sua parte, e che pure interviene, ma soltanto in presenza di fattori emergenziali. Non è mai mancato il sostegno del sindacato (Cgil) e, si diceva, della Caritas.
Quello che tarda a mancare, però, è una vera cultura dell’accoglienza. Potremmo anche definirla una “maggiore generosità”. Che, certo, non deve limitarsi al mese e mezzo di raccolta, ma che proprio in questo periodo dovrebbe favorire la sua massima espansione. E’ pura fantasia potergli assicurare qualche spettacolo, la gratuità di una pellicola, qualche indumento o una bella riduzione (per loro) in trattoria o al bar? Quelle poche volte che possono permetterselo. Se vogliamo, cose tutte possibili e che potrebbero essere approntate con un programma concertato per tempo. Penso anche all’apporto che potrebbe dare la scuola intera, tra insegnanti e studenti e le tante associazioni esistenti in città. E, dunque, diamoci da fare, anche se scopro immediatamente che negli ultimi tempi sono stati fatti gli stessi inviti. Questo, però, non è un buon motivo per non insistere.
Non si vuole qui banalizzare il problema e come si vede non si tratta nemmeno di sola necessità materiale. Si tratta, invece, di una crescita generale e un’integrazione che riguarda noi e loro, in uno scambio che può distrarci dal nostro disincanto e dall’egoismo di un istante che ci fa dire di non voler avere nulla a che fare con loro.
LUIGI NANNI















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