Dal 2012 ad oggi, in provincia di Lecce, sono stati consumati 233,2 ettari in più (da 39.208,2 a 39.441,4). In dettaglio, i Comuni che hanno consumato di più sono Nardò con 33,9 ettari in più (da 2.219,1 a 2.253), Galatina 15,5 ettari (da 1.181,5 a 1.197), Lecce 14,4 (da 3.366,6 a 3.380,9), Ugento 8 (da 1.186,6 a 1.194,6), Veglie 7,7 (da 603,5 a 611,2) ed Otranto 6,3 (da 568,3 a 574,6). Poi ci si lamenta che le strade impermeabilizzano il suolo e si verificano allagamenti e inondazioni.
Il cemento continua a “mangiarsi” il paesaggio. E questo succede non solo al Nord, dove palazzi e grattacieli nascono nelle grandi metropoli cittadine, ma anche al Sud dove, in questo ambito, la Puglia detiene un triste primato, registrando un consumo del suolo compreso dell’8,2% (Dati Ispra) che si attesta come la percentuale più alta d’Italia.
Uno studio dell’Osservatorio economico ha elaborato i dati sul consumo di suolo nel Salento, rivelando la graduatoria dei Comuni meno attenti alla pianificazione e tutela del territorio. La maglia nera tra le province pugliesi la conquista proprio Lecce, con quasi 40mila ettari di terreno sacrificati in nome della cementificazione pari ad un consumo del 14,3%. In testa a questa drammatica classifica ci sono i comuni di Aradeo, che ha detto addio a 236 ettari su un totale di 610 pari al 28% di suolo consumato, Taviano con 576 ettari su 1.606 pari al 26%, e Castro con 118 ettari cementificati su 330 e un consumo del 26,4%.
Su questo tema interviene il Capogruppo del M5S al Consiglio Regionale Antonio Trevisi: “Attualmente la legislazione italiana non è ancora attrezzata per difendere il capitale naturale non rinnovabile dei suoli e dei paesaggi. Si deve far lavorare sì il comparto edile, ma incentivando soprattutto ristrutturazioni, riconversioni e bonifiche di aree dismesse concedendo aumenti di cubatura con zero oneri di costruzione a chi realizza risanamenti antisismici e a basso consumo energetico ovvero di classe A o B. Va invece penalizzato l’uso di nuovo suolo concedendolo solo a piccole costruzioni autosufficienti dal punto di vista energetico (solo classe A con produzione di energia superiori ai consumi) e realizzate con pietre locali, legno e materiali rinnovabili”.
Il consigliere pentastellato ricorda come in alcuni comuni medio-piccoli il cemento abbia occupato più della metà del territorio, con casi limite in cui gli spazi verdi sono ridotti a pochi frammenti risparmiati quasi per sbaglio, una gestione del territorio che provoca anche una sensibile diminuzione delle aree dedicate all'agricoltura e quindi una maggiore difficoltà nella produzione degli alimenti necessari al sostentamento delle popolazioni.
“Sarebbe dunque auspicabile - prosegue Trevisi - un cambio di mentalità orientato al rispetto del territorio evitando quindi, dove possibile, l'eliminazione di aree verdi, puntando anche ad un recupero delle numerose costruzioni dismesse o in rovina che se ci fosse una normativa a supporto efficace, potrebbero essere ristrutturate e utilizzate per i più svariati scopi, riducendo dunque la cementificazione di nuove aree di territorio. Gli aumenti di cubatura senza oneri di costruzione per coloro che realizzano al contempo risanamenti antisismici ed edifici a basso impatto ambientale potrebbe essere un buon modo per cominciare ad affrontare un problema che, a lungo andare - conclude - potrebbe causare seri danni ecologici e avere gravi ripercussioni sulla qualità della vita”.
















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