NARDO' - Se ci sono i cultori di Dante e coloro che ne seguono la lettura, forse non dispiace per gli altri qualche occasione estemporanea di approccio con la Divina Commedia, che magari faccia rivivere i lontani ricordi scolastici.
Arte e poesia nella Divina Commedia[1]
di Giuseppe Mario Potenza
Buonasera. Di fronte ai toni della poesia contemporanea ci si potrebbe chiedere: quando parliamo di poesia rimane, ormai, esclusa l’arte, intesa nel senso tecnico di regola, progetto di costruzione, come potrebbe essere quella di un architetto che si accinge al lavoro di costruzione di un edificio? La risposta negativa potremmo trovarla, per eccellenza, nella considerazione della Divina Commedia di Dante Alighieri, anche se la tesi opposta potrebbe forse intravedersi nella poesia contemporanea. Questo tema, d’altra parte, ci permette di parlare un po’ di quest’opera. Se ci sono i cultori di Dante e coloro che ne seguono la lettura, forse non dispiace per gli altri qualche occasione estemporanea di approccio con la Divina Commedia, che magari faccia rivivere i lontani ricordi scolastici. Già l’«agosto di poesia in terrazza», organizzato dal nostro «Osservatorio» nel 2005, con la recita e il commento di Canti della Divina Commedia da parte del Prof. Ottavio Risi, riscosse lusinghieri consensi. Ora si individua qualche spunto che, come tale, non ha alcuna pretesa di serietà scientifica, né di trattazione esaustiva del tema.
L’arte di cui stiamo parlando, a proposito della Divina Commedia, è quindi nel senso di norma, di disciplina, con significato diverso da quello di espressione visiva, come per i pittori, scultori, ecc., arte, cioè, utilizzata per la sapiente costruzione della gran mole del poema.
Lo Scrittore Cesare De Lollis[2] ricorda che Edgardo Poe disse che il Paradiso Perduto di Milton, che si può considerare come la Divina Commedia del mondo anglo-sassone, è una serie di brevi poesie, che il «lungo poema» è una contraddizione in termini e quindi non esiste perché la vera poesia deve eccitare, elevando l’animo umano, e che gli eccitamenti sono sentimenti del momento, transeunti.
E allora perché la Divina Commedia rappresenta un’altissima espressione di poesia, come riconosciuto nel corso dei secoli in tutto il mondo? Quella che, a ben guardare, potrebbe apparire una cronaca locale, fatta di episodi particolari (Francesca, Farinata, Ugolino, ecc.) e magari strettamente personali, come presa di posizione di Dante nei confronti della politica, si è trasformata, proprio grazie alla disciplina tecnica, all’arte di impostazione del poema, in una espressione di valori universali, che preludono a un mondo nuovo. Un mondo da rinnovare con una cultura interessata ai tumulti di quell’epoca e alla coscienza dei contemporanei, come infatti è stato nell’evoluzione rinascimentale che a Dante è seguita, attraverso Francesco Petrarca. Grazie all’arte Dante ha potuto esprimere la sua personalità, che altrimenti sarebbe andata persa.
San Tommaso d’Aquino costruì l’edificio del suo pensiero teologico e filosofico sulle tracce sparse del periodo medievale e Dante poté compiere nella fantasia il miracolo che San Tommaso fece nel pensiero. Negli anni giovanili egli si era esercitato nella poesia con il tema dell’amore, nella sua maturità costruì l’edificio della Divina Commedia proprio attraverso l’arte: la poesia universale con il nuovo linguaggio, veicolo ed emblema della sua concezione di vita. Perciò resta superato il pensiero di Francesco de Sanctis, sublime commentatore dell’opera dantesca , nel senso di una necessaria dissociazione della tecnica e dell’arte dalla realtà della vita.
Dopo il pensiero di De Lollis la poesia contemporanea, nella sua particolare forma evolutiva di accenni, guizzi, avulsi da qualsiasi regola o disegno costruttivo, potrebbe far riemergere il dubbio che la poesia contrasti con l’arte, ma è da ritenere che il poeta rimane libero di esprimersi nella forma che ritiene e che, pertanto, l’inesistenza del contrasto rimane sempre.
Ma il tema, in quanto riguardante il termine «arte» in relazione alla poesia, richiede una precisazione. Tutto ciò che si è detto finora del concetto di «arte» in Dante non esclude, ovviamente, come negli altri poeti, l’arte pittorica e l’arte musicale dei versi. I luoghi sono trasfigurati come nell’animo di un pittore, con i paesaggi rupestri, le vallate, i burroni, i cieli gelidi e opachi. L’espressione visiva nel Paradiso esprime suggestivamente la stessa immagine della Trinità, vista come tre cerchi di uguale grandezza e di colore diverso, di cui il secondo (il Figlio) riflette il primo (il Padre), mentre il terzo (lo Spirito Santo) spira da entrambi.
Ma in Dante l’andamento musicale dei versi presenta un interesse particolare e merita un discorso a parte per le caratteristiche, diverse rispetto agli altri, che concorrono ad esprimere la sua personalità. Così, ad esempio, in Dante la parola non è parte della musicalità del verso, ma ha un valore autonomo, è direttamente musica sublime, mentre in Francesco Petrarca i rilievi hanno perso la loro materialità per assurgere a idea e a sentimenti, ogni parola contribuisce al tutto come arte particolare di melodia e di suoni.
Qualche flash di passaggi di alcuni Canti della Divina Commedia per toccare con mani, sotto l’aspetto della musicalità delle parole usate nei versi – che può essere suono, tono, sentimento, stigma, rappresentazione scenica –, la poesia degna di questo nome, e come tale non cronaca locale o personale, attraverso i singoli personaggi, ma poesia universale
Nel Canto quinto c’è la storia dell’amore infelice di Francesca da Rimini:
«Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
soli eravam e sanza alcun sospetto.
[…]
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante
questi, che , che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Il sommo Poeta condivide questa tragedia d’amore fino al punto di cadere a terra senza sensi: l’accento sulla parola «caddi» rappresenta la rapidità fulminea dell’impatto emotivo, spiegato poi con il tono piano dalle parole che seguono:
«E caddi come corpo morto cade».
Nel Canto decimo c’è Farinata degli Uberti, che ritenne, come Epicuro, che l’anima morisse con il corpo e che quindi la beatitudine fosse tutta nel diletti temporali. Ernesto Parodi crede che «mai uomo si sia presentato ad occhio umano in più formidabile aspetto che Farinata»:
«Vedi là Farinata che s’è dritto:
dalla cintola in su tutto il vedrai».
La parola «tutto» denota la maestà dell’atteggiamento, come di gigantesche proporzioni, benché «dalla cintola in su», di Farinata che si presenta a Dante.
Nel Canto venteseiesimo nella figura di Ulisse, il cui desiderio di conoscenza lo spinse all’ impresa, poi conclusasi con il naufragio, vediamo il segno dell’insufficienza dell’umanità non sorretta dalla fede della rivelazione:
«Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica.
[…]
Considerate la vostra semenza,
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtude e conoscenza.
[…]
E la prora ire giù, com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso».
Nel Canto trentatreesimo c’è la tragica sorte del conte Ugolino della Gherardesca. Fatto prigioniero dall’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini per odio di parte o per vendicare il nipote, ucciso da Ugolino, lo fece rinchiudere, insieme con i suoi due figli e due nipoti, nella torre dei Gualandi, dove tutti morirono di fame. L’offesa non è la sua morte, ma quella dei suoi figliuoli. È abbozzata una colossale statua dell’odio, ha detto Francesco De Sanctis, Ugolino odia molto perché ha amato molto. Non è un quadro, ma uno schizzo, tale però che il lettore ti fa immediatamente il quadro. La grandezza dell’ingegno non è in quello che sa dire, ma in quello che fa indovinare:
«La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo, ch’elli avea diretro guasto;
poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinnovelli
disperato dolor che ‘l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor ch’io rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
I’ non so chi tu sie, né per che modo
venuto se’ quaggiù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’i’ t’odo.
Tu dei saper ch’io fui conte Ugolino,
e questo è l’arcivescovo Ruggeri:
or ti dirò perch’i’ son tal vicino.
[…]
Ben se’ crudel se tu già non ti duoli,
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava:
e se non piangi, di che pianger suoli?
[…]
Posciachè fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: Padre mio che non m’aiuti?
[…]
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti
riprese il teschio misero coi denti,
che furo all’osso, come d’un can, forti».
Qui torna quella musica dell’odio ferino che troviamo all’inizio del Canto: nell’accento sulla parola «forti» si vede la ripresa repentina dell’aggressione.
Nel Purgatorio, ha detto ancora Francesco de Sanctis, la realtà corpulenta e tempestosa dell’inferno si va diradando e sottilizzando, per trasformarsi nella vera realtà, lo spirito o il paradiso. La forma diviene pittura estasi, sogno, simbolo. Vi è un mondo idillico, dove tutto è pace e affetto, e si manifestano le pure gioie dell’arte, i dolci sentimenti dell’amicizia.
Nel Canto terzo si ritrova il limite della natura umana e il destino dei grandi sapienti dell’antichità, che nella loro ansia di pensiero incontrarono i limiti della natura umana, come fu per la vicenda di Ulisse, e nei versi cogliamo un senso di tristezza:
«Io dico d’Aristotile e di Plato,
e di molt’altri. E qui chinò la fronte,
e più non disse e rimase turbato».
Nel Canto quinto troviamo Pia dei Tolomei che il marito Paganello dei Panocchieschi fece gettare dalla finestra del suo castello per sospetto d’infedeltà o per toglierla di mezzo e poter sposare la contessa Margherita Aldobrandeschi. Pia, ha osservato de Sanctis, non ha che Dante che possa ricordarsi di lei: la tenerezza e delicatezza dei sentimenti dispone l’animo alla malinconia:
«Ricorditi di me che son la Pia».
La terza Cantica – Paradiso – è animata dalla fede religiosa del Poeta. Può capitare di avere dubbi sulla volontà divina per il modo in cui sono considerati certi eventi. Nel canto terzo ci sono le anime che in parte non adempirono i loro voti religiosi: è il primo cielo della luna, inferiore agli altri dove si gode un grado sempre più intenso di beatitudine. Piccarda dei Donati, però, fu tratta dal monastero con violenza perché andasse in sposa al nobile Roselino, ed ella risolve il dubbio che viene al Poeta:
«E la sua volontade è nostra pace».
Il senso di pace interiore traspare dalla musicalità del verso che sotto questo aspetto presenta una differenza rispetto ai versi del canto diciannovesimo dove, sempre sul tema della fede, si fa rispondere l’aquila al dubbio se qualcuno senza la fede cristiana si possa salvare. L’aquila riprende: i re malvagi del tempo che al tribunale di Dio rimarranno confusi da quelli che non conobbero mai Cristo. E dice: io ho la certezza della giustizia di Dio, ma chi ha l’intelletto grosso non può comprendere. Perciò tu devi stare tranquillo e credere che ogni cosa è fatta giustamente da Dio, benché a te non sembri:
«Or tu chi se’, che vuoi sedere a scranna,
per giudicar da lungi mille miglia,
con la veduta corta d’una spanna?».
Hanno il tono forte questi versi, che ricordano quanto disse Severino Boezio nella sua Filosofica Consolazione. È palpabile la disapprovazione del Poeta di quanti vogliano giudicare, sicuri di sé.
Nel Paradiso troviamo, nell’ultimo Canto, la famosa preghiera alla Vergine, che Dante fa recitare a San Bernardo[3]:
«Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
[…]».
La prima parte della preghiera è un canto di lode, un’orazione in senso di preghiera, con una serie di ossimori e di antitesi, la seconda un’orazione nel senso etimologico, cioè un discorso oratorio. C’è il senso della limitatezza della comprensione umana.
Quello che più colpisce nel Paradiso è la poesia della scienza. La materia scientifica è oggetto di fredda speculazione, ma in Dante, sposata a quella teologica, come era ai suoi tempi, assume una straordinaria dimensione poetica. Questa visione intellettuale, abbozzata nel Tesoretto, ha detto Francesco De Sanctis, è condotta qui a perfezione: è il miracolo prodotto dalle due grandi potenze della mente dantesca, la virtù sintetica e la virtù formativa, come nella stupenda descrizione che fa Beatrice del moto degli astri: tutto il creato ti sta innanzi come una sola idea semplice. I concetti, egli ha osservato, non sono astrazioni, ma forze vive, gli attori della creazione, la luce, il cielo, la natura; e non hai un ragionamento: hai una storia animata, con una chiarezza e vigore di rappresentazione che fa di Dio e della natura vere persone poetiche:
«Ciò che non muore, e ciò che può morire,
non è se non splendor di quella idea,
che partorisce, amando, il nostro Sire».
Il tema della bellezza della creazione ha avuto la sua stupenda ripresa con il «Trittico Romano» di Giovanni Paolo II, teologo e filosofo nella poesia (quest’opera, edita dalla Libreria Editrice Vaticana, fu presentata dal Cardinale Joseph Ratzinger), in cui si può cogliere lo «stupore» (che è il titolo del componimento) e la «meraviglia» in connessione con la figura dell’uomo: stupore e meraviglia da cui, com’è noto, Aristotele e Platone facevano nascere la filosofia.
[1] Intervento fatto il 2 settembre 2016 a Nardò, Cenate, terrazza di Via Erodoto 22, nell’incontro, organizzato dall’Osservatorio giuridico e culturale «Terzo Millennio», con il patrocinio della Provincia di Lecce e del presidente del consiglio regionale di Puglia, sul tema «Arte e poesia».
[2]La fede di Dante nell’arte, in Scrittori d’Italia, a cura di Gianfranco Contini e Vittorio Santoli, ed. Ricciardi, Milano-Napoli, 1968, pagg. 148-157.
[3] San Bernardo, abate di Chiaravalle, fu grande mistico. Si legge che nell’orazione egli domandò a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione. Gli fu risposto: «Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la Croce, questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia che mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa[…]».
















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