NARDO' - Da sempre appassionato di letture d’avventura, mi sono imbattuto alcuni mesi fa in una intrigante storia raccontata magistralmente da quel genio narrativo di Walter Bonatti, alpinista ed esploratore, uomo di rara ed audace esperienza. Nel libro “in Terre lontane”, prima perla della splendida collana “Storie di Montagna”, a cura di Marco Albino Ferrari, edito da Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport e Club Alpino Italiano, l’autore nel descrivere la narrazione di Walter Bonatti la paragona a quella di un altro grande scrittore del genere: “Far sognare: ciò che Salgari era riuscito a fare con la fantasia, a Bonatti era riuscito con la realtà!”.
Giuseppe Spenga

La realtà di cui parliamo è datata 1965, ambientata nell’estremo Nord del mondo, sulla via dei cercatori d’oro. L’intrepido corrispondente del settimanale Epoca parte per uno dei suoi viaggi più affascinanti, in Alaska, per ripercorrere l’epico cammino della febbre dell’oro lungo il fiume Yucon e fino al favoloso Klondike. Valli epiche come Bonanza, la mitica Eldorado e Hunker vengono così svelate al mondo dalle cronache dell’autore.
“Questa epopea dell’oro, la più grande che la storia ricordi, cominciò nell’estate del 1896, quando Robert Henderson, affondando il suo setaccio nel fiume Klondike, tirò su una piccola quantità d’oro per un valore di otto centesimi di dollaro”.
L’onestà di quest’uomo, proprio come le pagliuzze del prezioso minerale miste al fango ed ai detriti della sua ingenuità, fece sì che la notizia si diffondesse in un baleno e che “uomini provenienti da ogni parte del mondo, assetati di ricchezza, si precipitassero a picchettare ogni fazzoletto di terra delle valli del Bonanza”. Nacquero così ben presto città mitiche come Dawson City, la città dell’oro. “Se nel 1897 il numero dei cercatori del Klondike era salito a 3.500, l’anno successivo giunsero a Dawson, lungo il fiume Yukon, oltre settemila imbarcazioni con a bordo ventottomila persone”.
Tra questi solo pochi fortunati riuscirono ad arricchirsi, alcuni oltre ogni immaginazione, mentre la gran parte di questi disperati sognatori restarono tali, decimati da carestie, fame e scorbuto, e furono “costretti spesso a cedere le proprie concessioni per un sacco di farina, tornando in patria più poveri di quando erano partiti”.
La notte di Capodanno del 2017 mi ritrovo a tavola a casa di amici con un neretino d’adozione, al secolo Massimo Giacopini, “Toro” per i suoi amici, di origini emiliane, domiciliato a Nardò. Cosa leghi idealmente Nardò al Klondike e portadiMare al settimanale Epoca lo scopriremo solo vivendo, direbbe qualcuno. Fin qui tutto bene, ma non provate a collegare me a Walter Bonatti, perché di certo non reggerei il confronto.
Immaginateci lì, tra un antipasto di mare ed una cozza gratinata, l’immancabile rapa ‘nfucata, come vuole la migliore tradizione culinaria neretina di fine anno, la pettula dorata suppata intra lu cuettu , che poi “somiglia all’aceto balsamico tradizionale di Modena”- dice Massimo l’emiliano – “ma non è proprio la stessa cosa!” e mentre chiacchieriamo del solito “ci so iò e ci si te”, questo pezzo di marcantonio d’uomo alto un metro e novanta e grosso forse su per giù anche di più mi racconta una storia che, fin da subito, accende (letteralmente) le mie pupille: Massimo è un cercatore d’oro!
A dire il vero sono i suoi di occhi che, ogni tanto, si illuminano del riflesso misterioso, magico, quasi ancestrale, sprigionato da una pagliuzza d’oro che, fatta roteare tra sabbia, fango e ciottoli, quasi sgomitando si fa strada per godere della luce riflessa del sole, per brillare in tutta la sua meraviglia. E’ l’oro, ragazzi, quello di cui stiamo parlando! E Massimo Giacopini, da Nardò, sa dove si trova e sa come fare a portarlo alla luce! “Da Nardò”, si fa per dire. Già, perché lui, Il nostro Massimo, parte effettivamente da Nardò, dove abita in località Cenate, in un posto che giunti a tanto conviene resti “segretissimo”, ma poi l’oro lo va cercare lì dove l’oro c’è: nei fiumi.
“Il mio terreno di ricerca è il fiume Elvo, che vien giù da Biella” – esordisce Massimo, che ho contattato giorni fa per farmi rilasciare questa intervista esclusiva- “Il cosiddetto “triangolo d’oro” è rappresentato dai comuni di Cerrione, Mongrando e Borriana, nel biellese. Mongrando è la sede del Museo dell’Oro e della più importante associazione dei cercatori d’oro d’Italia. Lì le condizioni geologiche sono favorevoli, perché l’oro vien giù dal cosiddetto “Anfiteatro Morenico” di Ivrea, un rilievo morenico di origine glaciale risalente al periodo Quaternario, creato dal trasporto di sedimenti verso la pianura padana nel corso delle glaciazioni dal grande ghiacciaio che percorreva la vallata della Dora Baltea”.
Nel frattempo che Massimo mette sul fuoco la moka per un buon caffè, gli chiedo qual è il suo piatto preferito: “Mi piace molto cucinare, un po’ di tutto, ma alcuni giorni fa ho fatto un ragù con salsiccia e peperoni, piccante al punto giusto”.
Non avevo dubbi, leggerino direi. Intanto il caffè è pronto e mi offre un dolce artigianale: “ieri sera per esempio avevo voglia di dolce, e così ho tostato delle mandorle con un po’ di zucchero ed ho fatto un torrone”. Ha appena inventato la “cupeta”, ma lui ancora non lo sa!
Quanto oro riesci a tirar via, mediamente, da questi siti?
“L’ultima volta che sono stato su, lo scorso anno, ho tirato fuori dal fiume 5 gr. di oro puro, oro “9.937”, praticamente zecchino. L’oro fluviale è il più prezioso, sia qualitativamente, come purezza intendo, che come tipologia di pagliuzza. Si presenta infatti sottoforma di pagliuzze, la cui forma cambia spesso da sito a sito, che si formano per la disgregazione di quello presente a monte, nelle miniere, per effetto della erosione e del successivo scorrere del fiume. L’oro delle miniere si presenta invece compatto, in blocchi o pepite, e si chiama “oro nativo”. E’ stato calcolato che, mediamente, nel fiume siano presenti dai 2 ai 2,5 gr di oro per metro cubo di materiale. Più materiale tu riesci a muovere, più oro porti a casa”.
Come si svolge una giornata tipo da cercatore?
“Intanto bisogna considerare che io, essendo amante della natura e della vita un po’ rude e selvaggia, mi accampo con la tenda nella zona prescelta e resto lì una settimana, anche dieci giorni. Mi piace il contatto con il fiume. Non so come spiegare (qui la narrazione diventa romantica, Massimo appare imbarazzato, perché sta dando sfogo ai suoi sentimenti, si sta aprendo, n.d.r.), non è solo la ricerca dell’oro in sé, ma è qualcosa di più profondo: è una sorta di sfida tra l’uomo e la natura. Tu arrivi in riva al fiume ed è come se ci parlassi, se gli chiedessi “dove me lo nascondi?”. Fantastico! “Io arrivo lì, metto su la mia tenda, comincio a fare i cosiddetti “tocchi”o “saggi”: pianto il badile e tiro su una badilata di ciottoli e sabbia. Come regola generale, se ti restano nel piatto almeno tre pagliuzze, il posto è buono, puoi lavorarci. Dove vedi la sabbia, lì non c’è oro. Devi andare a cercare dove c’è la ghiaia. Essendo l’oro un metallo pesante, il più pesante, devi prevedere dove lo troverai, dove si sarà fermato nella sua discesa dalla montagna lungo il fiume: devi cercare la curva giusta, l’ansa naturale, il masso, il rilievo al di sotto del quale, essendo pesante, si sarà depositato rotolando. L’esperienza, certo, fa la differenza”.
Quali sono gli attrezzi del mestiere?
“Si tratta di strumenti molto semplici: l’unico che acquisti è il piatto, la “batea”, che io inizialmente mi ero anche costruito da solo, ma essendo di legno era piuttosto scomodo e così l’ho sostituito con uno in materiale più idoneo. Una volta appreso il movimento rotatorio particolare delle braccia, si tratta di far roteare il materiale nella batea e l’oro, essendo come già detto un metallo pesante, resterà impigliato lungo le scanalature, mentre sabbia e detriti cadranno fuori. Quindi serve un badile, col quale scavare i buchi, un setaccio a maglia larga, da un centimetro circa, ed un secchio.
Come si svolge la ricerca?
“Prima di tutto scavi un buco nel fiume col badile, dopo di che metti il materiale nel setaccio per separare il grosso dal fino. Il fino si chiama “concentrato”. Il concentrato è quello che finisce nel piatto, che cominci a far roteare: la sabbia più fine è la prima che va via e restano nella batea ciottoli, sassi, quarzi ed altri minerali meno pregiati. Quindi resta la magnetite, che è un po’ più pesante, e che ha una caratteristica importantissima: è nera! Se nella magnetite è mescolata una pagliuzza d’oro, questa brilla sullo sfondo nero! Il luccichio dell’oro è inconfondibile. Il primo detto del cercatore è, infatti,“Se hai dei dubbi, non è oro!”.
Questa la tecnica, ora veniamo agli aspetti più veniali: quanto si guadagna?
“Ti dico una cosa,prima di tutto: la ricerca dell’oro all’inizio è calcolo matematico. Hanno elaborato una media anche su questo aspetto: se lo fai come lavoro, come alcuni miei conoscenti fanno, a badilare e setacciare per 6 ore al giorno, tutti i giorni, è una vitaccia, ma tiri su dai 3 ai 5.000 euro al mese. Poi è anche fortuna, sia chiaro. Nel museo dell’oro di Mongrando c’è una pepita di 419 gr tirata su in una colpo solo: 20.000 euro in un attimo. Ma infatti, non a caso, è un pezzo da museo. Io non lo faccio per soldi, ma per pura passione. Il motto dei cercatori d’oro è “se lo fai per soldi, perdi la passione; se lo fai per passione, guadagni dei soldi!”.
Esistono delle controindicazioni, degli aspetti negativi legati alla ricerca? Chiunque può trasformarsi in un cercatore d’oro?
“Innanzitutto, ripeto, c’è alla base una grande passione. E poi anche un gran lavoro. La prima rende meno pesante il secondo. Poi ci sono le zanzare…e quelle rompono i coglioni forte, eh? Io sono arrivato a cospargermi la pelle di nafta, per dirti quanto danno fastidio! Ognuno di noi ha dai metodi di ricerca personali, che affina con l’esperienza. L’invidia è l’avversario principale: c’è una regola non scritta tra i cercatori d’oro, secondo la quale tu fai un buco e quando vai via dal fiume, la sera, fai un mucchio di pietre a forma di piramide. Si chiama “matotu” ed indica a chi passerà il giorno successivo che quel buco è di qualcuno. Purtroppo non tutti rispettano queste regole. C’è chi ti osserva da lontano col binocolo, per capire dai tuoi movimenti se il sito che stai saggiando contiene oro, e poi il giorno dopo magari ci va lui. E altre scorrettezze simili. Io non sono così, ma rispetto la natura che mi ospita, che mi dà queste emozioni, ed anche gli altri cercatori d’oro”.
Sono personalmente incantato dai racconti di quest’uomo. Non conoscevo questa realtà, pensavo di poter leggere solo le cronache d’avventura legate ad epopee lontane e perdute nel tempo, mentre invece scopro che la ricerca dell’oro è in pieno svolgimento, è reale, non è una favola, ma è possibile.
“Non solo è reale, non solo è possibile, ma è di grande attualità. Leggevo tempo fa che una holding americana ha riacquistato i diritti e le concessioni delle vecchie miniere ormai dismesse di Bresson, Bossone e Alagna. Se si sono mossi anche gli americani, vuol dire che in Italia l’oro c’è e non è poco. Basta tirarlo fuori da lì! I romani hanno iniziato ad estrarlo già più di duemila anni fa, d’altronde, con squadre di non più di 5.000 “operai”, per poterli controllare meglio ed evitare rivolte ingestibili”.
Progetti per il futuro?
“Vorrei andare anch’io in Alaska, a Dawson City e lungo il fiume Yukon, vorrei rivivere per qualche tempo l’epopea dei cercatori d’oro dell’inizio del secolo scorso. Si racconta che l’oro estratto da quei siti non superi il 10% di quello che realmente ancora contengono. Mio figlio è l’ostacolo principale: non vuole, si oppone con tutto se stesso a questo mio desiderio: mi conosce e sa che se ci vado, io non ci torno mica più qui! E forse ha ragione lui. Così, ho lanciato sulla mia pagina facebook un invito a tutti i neretini. Io mi sono letteralmente innamorato della vostra terra, del vostro mare, del vostro clima e mi piacerebbe condividere con chi lo desidera questa mia passione per la ricerca dell’oro: chi fosse interessato può contattarmi, armarsi di tenda e spirito d’avventura e seguirmi nella mia prossima trasferta. Quella che viene chiamata “la febbre dell’oro” non è solo un modo di dire, ma è proprio una “smania” che ti viene dal momento in cui trovi la prima pagliuzza! Non andresti mai via, non usciresti mai più dall’acqua, non ti fa sentire la fatica, è pazzesca. A me dicono che quando parlo dell’oro mi brillano gli occhi”.
Confermo!
(Giuseppe Spenga)
















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