PDM - Siamo rimasti molto colpiti da questa bottiglia col messaggio dentro, lanciata nel mare del web dall'architetto Giuseppe Resta. Va letta anche al di fuori della cerchia dei social.
Una volta la fame era invitata a tavola ogni giorno.
Un amico, settimo figlio della famiglia, mi raccontava di quando suo fratello accettò di prendersi le mazzate del padre pur di riuscire a mangiare tutto da solo i centocinquanta grammi di mortadella che erano stati destinati come companatico di un pranzo a tutta la famiglia. La mortadella pare ne valesse la dura pena.
Un altro, ultimo di nove figli, mi raccontava dei pianti che si faceva ogni volta che uno dei fratelli maggiori lasciava la casa per sposarsi. Non era emozione, ma la gioia di sapere che forse avrebbe avuto un posto letto finalmente fisso.
Un altro mi diceva che in cinque figli in una sola camera i più piccoli venivano messi a dormire nei cassetti del comò.
Un vecchio operaio mi diceva che, appena sposato, con due figli piccoli, risparmiava il pane per l’intervallo della merenda sul lavoro. Per non farsi vedere dai compagni, metteva un pezzo di legno da cantiere in una busta da pane e, discosto dagli altri, faceva finta di masticare. Il fratello di questo mi raccontava che, anche lui muratore, non aveva da sfamarsi per tutta l'appetito che il duro lavoro gli provocava, ed era costretto ad andare per le campagne a rubare la frutta e gli ortaggi.
Un amico con quattro altri fratelli mi diceva che la sera, quando si poteva, il padre apriva una piccola scatoletta di tonno, la stemperava in mezzo bicchiere di olio, ché quello era prodotto in casa, e con quella si condiva il pane per tutti.
Toto, invece, mi diceva che a merenda gli toccava mezza fetta di pane con un pomodoro strofinato sopra. Senza olio, che quello costava caro e loro non avevano olivi, e lo compravano un quinto la volta. Il suo amico di giochi, nella stessa corte, invece l’olio lo aveva. E la sua mezza fetta di pane era unta con un cucchiaio di olio. Che un po’ gli colava sulle mani lorde. Così lui andava e gli chiedeva se poteva strofinare la sua fetta contro le sue mani unte.
Mio padre mi raccontò che appena sposato, nonostante avesse già cominciato a lavorare, appena sposato, mandato da mia nonna a comprare del pesce azzurro, rimase letteralmente senza una lira in tasca. Solo nella serata, facendo qualche iniezione a domicilio, raggranellò qualche decina di lire per poter comprare da mangiare l’indomani.
Non sto parlando della Londra di Oliver Twist, non sto parlando della Parigi della Corte dei Miracoli, non della Milano appestata dei Promessi Sposi. Sto parlando di persone che mi sono amici, coetanei, dei loro padri, dei nostri padri. Sto parlando degli anni cinquanta/sessanta del secolo scorso. Memorie viventi. Storie tramandate a voce.
Nel film Novecento di Bertolucci c’è la scena dei contadini proletari che strofinano delle fette di polenta ad un’aringa appesa per la coda al centro della tavola.
Non è un’invenzione. L’indigenza era quella. Eppure ci si sposava, si mettevano su famiglie e figli come conigli. E si partiva a lavorare in Svizzera a 16 anni, come tanti miei amici coetanei fecero, senza drammi e ansie delle mamme, senza essere accompagnati, e senza sentirsi ogni momento con i telefonini.
Oggi vi sembra tutto strano, tutto dovuto, tutto insufficiente.
Da queste tristi situazioni noi siamo partiti. Tra gli stenti di un dopoguerra amaro e doloroso. Poi ne abbiamo fatta tanta di strada, con il lavoro e i sacrifici. E molti se ne sono dimenticati.
E forse, di questo passo, senza politica e misura, saremo costretti a ritornarci.
















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