NARDÒ - In provincia di Lecce non succedeva da oltre dieci anni. I rincari delle materie prime e delle forniture di gas ed elettricità (dal 1 ottobre aumentati rispettivamente di circa 6,1 per cento e 7,6 per cento) hanno indotto i panificatori a ritoccare il costo di quello che è universalmente considerato un bene primario.
Sono lontani i tempi e le condizioni che nel 1628, a Milano, portarono al “tumulto di san Martino” ma l’aumento dei prossimi giorni potrebbe sfiorare un euro per chilogrammo. Una cifra tonda che potrebbe impensierire soprattutto le fasce più deboli della società. Il primo campanello d’allarme è suonato l’estate scorsa con i principali analisti di mercato che segnalavano una importante riduzione nella produzione di grano. Preoccupazione rilanciata da Coldiretti: “La siccità e il caldo hanno bruciato questa estate la produzione di grano in Europa del 10 per cento rispetto allo scorso anno per effetto soprattutto del calo dei raccolti in Nord Europa, in Germania e Francia. Le stime sono ridotte ad appena 127,7 milioni di tonnellate per il grano tenero destinato a pane e biscotti nell’Unione Europea”.
Franco Muci, presidente provinciale dei panificatori e artigiani, spiega i motivi: “Negli ultimi anni, i costi a carico dei panificatori sono costantemente aumentati. Dal 2006 al 2018, i panificatori hanno sottoscritto 4 volte i rinnovi dei contratti nazionali di lavoro di categoria. Tuttavia il prezzo del pane non è mai stato adeguato ai vari rincari della filiera. In questi anni, nonostante gli aumenti che abbiamo subito, non abbiamo adeguato il prezzo del pane per non gravare sul consumatore finale”. In tutta Italia il settore della panificazione vive un momento di flessione. Colpa della crisi, della riduzione del potere di acquisto delle famiglie, delle tasse e della burocrazia asfissiante. In alcuni casi, inoltre, proprio la burocrazia si trasforma in veri e propri ostacoli difficili da superare.
Franco Muci, infine, chiarisce l’entità dell'aumento: “I costi sempre più alti delle materie prime e delle risorse necessarie per produrre il pane ci obbligano a ritoccare il prezzo di vendita. Non sarà di un euro, come qualcuno sostiene, ma di circa 50 centesimi al chilogrammo. Si tratta di un piccolo adeguamento che inciderà nella misura di pochi centesimi per ogni cittadino ma rappresenterà una grande boccata d’ossigeno per tutta una categoria di lavoratori che ogni notte fanno il pane”.
















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