NARDO' - Per disposizione legislativa, da un decennio, si celebra la “giornata del ricordo”, per commemorare le “vittime delle foibe”.
Stiamo parlando, in buona sostanza, di una manipolazione storica da decenni perseguita dalla destra, fascista e post-fascista, e che oggi beneficia del sigillo della celebrazione ufficiale dello Stato italiano posto sui mai sopiti sogni del revanscismo irredentista e sciovinista espresso dai settori reazionari più beceri presenti nella vita politica e nella società italiana.
E cosìogni anno, in occasione del 10 febbraio, riemergono dal sottosuolo con la scusa di commemorare le “vittime italiane della barbarie titina”.
Ma quella manipolazione è stata, ampiamente, smascherata dal certosino lavoro di ricerca storica di alcuni studiosi indipendenti – tra cui Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk – che hanno dimostrato, con documenti inoppugnabili, che la “realtà” delle foibe è ben diversa dalla vulgata reazionaria raccontata sulla base delle ricostruzioni di interessati “storiografi”.
Solo che il risultato di queste approfondite indagini non beneficia – per poter giungere al grande pubblico – del veicolo dei mass media, tutti indistintamente proni dinanzi alla “verità ufficiale” e tenta di farsi faticosamente strada attraverso canali alternativi.
Ma perché c’è questa censura sull’argomento: un muro costruito sulla manipolazione persino della documentazione fotografica presente negli archivi, manipolata per capovolgere la verità.
La narrazione relativa alle foibe, a livello nazionale, si muove su un costante “fare chiarezza”. La retorica dalla quale muove è che determinati eventi nelcorso della storia italiana siano stati coscientemente insabbiatio distorti da determinate partipolitiche (di sinistra) e che solo ora sia possibile fare chiarezza. Pensando a lavori di “divulgazione” diventati popolari come quelli di Pansa, Vespa, etc., ciò che emerge è un tentativo di “processare la resistenza” che sarebbe stato impensabile fino a qualche decennio fa.
In questo senso, è possibile rintracciare uno schema comune che ci permetta di leggere tale fenomeno di processo alla resistenza e all’antifascismo in generale anche in relazione alla narrazione revisionista e irredentista, ora istituzionale, sulle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la Giornata del ricordo, per onorare le vittime delle foibe, a pochi giorni dal Giorno della memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno come unico denominatore comune l’appartenere tutte all’esplosione, sino allora inedita, di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia.
La cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe!
Le foibe vanno contestualizzate senza retorica, e senza alimentare il vittimismo e offendere ulteriormente la memoria di chi è stato coinvolto in una atroce vicenda e soprattutto di chi ha pagato, innocente, per responsabilità altrui. La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. È una storia nota e arcinota, su cui hanno lavorato fior fiore di storici.
Ma fino a quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia come di una regione italiana senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando ragioniamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro Paese.
Ma che cosa sanno la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo nei confronti delle minoranze slovena e croata (…), addirittura da prima dell’avvento al potere? Sulla brutale proibizione dell’uso della propria lingua, chiusura delle scuole, chiusura delle amministrazioni locali, boicottaggio nell’esercizio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e cambiamento di toponimi, come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e in ogni straniero. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti?
Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale Adriatico, sullo sfondo della Risiera di San Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della Seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
La storia non ha scorciatoie, non si possono amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti.
Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionali stico e della guerra fredda.
I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci esorta Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa.
Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento, di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione? La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni.
Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.
Prendiamo ad esempio. il prof. Tomaso Montanari. Lui non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sognerebbe mai di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto.
Ma falsificare la storia NO, questo non è permesso a nessuno.
Scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto.
La Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e che la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale. E poi qualcuno dice, sì ma le foibe?
E fa intendere che dobbiamo ricordare, della seconda guerra mondiale, in modo speciale solo le foibe, e non gli eccidi nazifascisti – che non hanno un giorno specifico dedicato al loro ricordo: il 25 Aprile è un’altra cosa – il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto, era alleata col regime che ha creato le camere a gas, e aveva invaso e occupato la Jugoslavia e compiuto atrocità sul suo territorio: tutto questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente
















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