NARDO' - Qualche giorno fa la Corte di Assise di Appello di Lecce ha ribaltato la condanna in primo grado a un cittadino sudanese che in primo grado era stato ritenuto colpevole, in quanto caporale e mediatore, dei reati di riduzione in schiavitù e omicidio colposo, e condannato alla pesante pena di 14 anni e 6 mesi di carcere, in danno di un bracciante sudanese, morto nel 2015 a 47 anni mentre stava lavorando in un campo di pomodori. In un primo momento il riscontro di una lunga serie di imperizie e negligenze aveva portato alla condanna.
Apprendo dalla stampa che la Corte di Assise di Appello di Lecce, per una vicenda che ha riguardato Nardò, ha ribaltato la condanna in primo grado a un sudanese (di cui non è importante fare il nome) che in primo grado era stato ritenuto colpevole, in quanto caporale, unitamente a un imprenditore agricolo (nel frattempo deceduto), dei reati di riduzione in schiavitù e omicidio colposo, e condannato alla pesante pena di 14 anni e 6 mesi di carcere, in danno di un bracciante sudanese, morto mentre stava lavorando in un campo di pomodori, nel 2015.
I giudici di secondo grado di Lecce, quindi, hanno ribaltato il verdetto di colpevolezza, pronunciato dai loro colleghi di primo grado, assolvendo l’uomo.
La vicenda, con le ovvie differenze di fatto, non può non richiamare ciò che è avvenuto in un altro processo, il tristemente famoso “processo Sabr”, che è durato oltre 10 anni, in cui furono coinvolti alcuni imprenditori neretini, pure loro condannati in primo grado e poi assolti in appello (due volte visto che la prima sentenza della Corte di Lecce fu annullata dalla Corte di Cassazione e rinviata per un nuovo processo alla Corte di Taranto che ha nuovamente pronunciato sentenza di assoluzione).
Sono tante le domande che sorgono in relazione a queste vicende che meriterebbero risposte precise e esaurienti viste le conseguenze, facilmente immaginabili, che hanno avuto sugli incolpevoli protagonisti che hanno visto la propria vita stravolta da accuse infamanti poi dimostratesi infondate.
Non è difficile immaginare il calvario vissuto da queste persone.
Oltre 10 anni di gogna mediatica, l’ingiusta detenzione subita, la reputazione demolita, trascinati sui giornali, locali, nazionali e internazionali, in un cortocircuito mediatico-giudiziario.
All’epoca sulla vicenda uscirono video, paginate, lunghi articoli, locandine e chi più ne ha più ne metta: a distanza di oltre dieci anni la notizia dell’assoluzione è stata relegata nelle pagine interne di solo alcuni quotidiani.
Nell’immaginario collettivo l’apertura dell’indagine, con gli arresti, passò subito come una sentenza di condanna nei loro confronti: erano colpevoli e andavano evitati.
Io sono un avvocato e conosco come funziona la macchina della giustizia penale.
Ma i normali cittadini non la conoscono e io so quanto per loro è avvilente e doloroso, il senso di impotenza che provano, come si sentono scoperti e e travolti da una macchina della giustizia, con regole e binari rigidi, che stentano a comprendere.
Nonostante ciò che il proprio avvocato dice, essi hanno l’impressione che l'accusa ce l’abbia con loro a prescindere, che non si apre ad un confronto ma si arrocca sui propri convincimenti colpevolisti.
E ciò che fa loro più male è il “parametro tempo” che non assume un valore rilevante, anzi più vogliono accelerare per chiarire e più hanno l’impressione che il loro desiderio sia destinato a fallire.
Io so che quando dissi al mio cliente “il tempo sarà lungo ma alla fine dimostrerò la tua innocenza” gli diedi una mazzata, glielo lessi negli occhi, ma non potevo promettere ciò che non era nella mia disponibilità, ossia il fattore tempo, e so che per lui la vera condanna è stata l’attesa, il tempo che passava.
E così è stato: sono dovuti trascorrere più di 10 anni per dimostrare la sua innocenza.
In un altro intervento (all’indomani della sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Taranto dove la Corte di Cassazione aveva mandato il processo dopo avere annullato la precedente sentenza di assoluzione) scrissi che “fin dal primo momento di questa triste vicenda ho sostenuto che si trattava di un'ipotesi accusatoria basata sul nulla, sfornita della benché minima prova, certa e concreta, che potesse condurre ad una sentenza di condanna. Ho sempre avuto, ed ho, fiducia nella giustizia: i giudici delle Corti devono valutare le prove fornite dalle parti e giudicare con terzietà. Non nego che è stato un lavoro duro, a tratti molto duro, ma alla fine la soddisfazione è grande. Non per me ma per il mio cliente a cui è stato restituito l'onore macchiato da accuse infamanti che però sono cadute. Non per me ma per la mia città, Nardò, che in tanti hanno cercato di infangare facendola passare per terra di schiavi. Oggi, nuovamente, un'altra Corte ha stabilito che a Nardò non sono mai esistiti imprenditori "schiavisti". L'ho detto in questi oltre 10 anni di processi e lo ribadisco ancora una volta: se ne facciano una ragione tutti coloro che volevano una condanna, il loro desiderio non potrà mai essere esaudito! Attendo con tranquillità il deposito delle motivazioni della sentenza per avere una conferma dell'esattezza delle ragioni difensive da me presentate alla Corte".
Quando sarà posta definitivamente la parola fine a queste vicende occorrerà riflettere, ma questo è un compito diverso da quello che l’avvocato svolge nell’aula di giustizia, sul come e perché, in un certo periodo, ebbero origine i fatti che portarono Nardò alla ribalta nazionale e internazionale quale “terra di schiavi”.
Occorrerà riflettere su chi, diverso dai magistrati, sfruttò ciò che succedeva e cavalcò la vicenda per probabili interessi che di giuridico avevano poco ma molto di personale.
Fummo in pochi, allora e per gli anni a venire, a sostenere che quel processo era basato sul nulla e ancor meno a dirlo pubblicamente e a voce alta.
Io ero tra i pochi: e non si tratta di dirlo a parole oggi, ma lo misi per iscritto in un libro pubblicato a pochi mesi dalla vicenda, quando il processo doveva ancora iniziare nell’aula bunker di Lecce.
Concludo questo mio intervento con le parole di un uomo innocente, che potrebbero essere pronunciate da tutti coloro che incappano nelle maglie della legge ingiustamente, che visse un lungo calvario giudiziario prima di essere assolto:
"dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo grazie a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro”.
L’uomo che le pronunciò si chiamava Enzo Tortora.
Avvocato Giuseppe Cozza