NARDÒ - Molte lamentele arrivano all’“Osservatorio sulla città”, da parte della cittadinanza inerenti al destino dei basoli di pietra lavica (neri) tolti da corso Vittorio Emanuele II. L'ultima in ordine di tempo, anche se non indirizzata all'Osservatorio, quella del consigliere comunale Pippi Mellone di Andare Oltre.
L’idea, accattivante, sensibilmente colta e assolutamente possibile, arriva puntuale dal responsabile di quest’‘Osservatorio sulla città’. Sarebbe stata, certo, una buona intuizione se fosse stata concepita intesa e considerata, dagli organi tecnici di riferimento, ma così non è stato.
Un’altra occasione di valorizzazione delle peculiarità storico-urbane-architettoniche, è stata indifferentemente non compresa. Infatti, la soluzione qui esposta, in genere apporta oltrechè lustro, dimostra anche una fervida capacità creativa e lungimiranza intellettuale, specialmente per chi si accinge ad amministrare una città d’arte come ‘dovrà’ assolutamente essere riconosciuta Nardò.
Sconosciuto il motivo della diversa dislocazione dei basoli neri. I blocchi, costituiti da pietra lavica, ora giacciono in diverse parti del centro (una parte in piazza delle Erbe, adiacenti alla facciata dei Carmelitani, altri su via Pellettieri altri ancora disseminati a caso nel chiostro). Qui, è chiaro, non si discute l’origine o il loro eventuale possibile riposizionamento, ma viene data un’idea per la loro ‘riproposizione’, capace di riattivarli ad un funzionamento diverso, dando loro, un nuovo senso e significato. Vediamo come.
La tecnica è stata già usata e sperimentata in altre circostanze per cui, proprio a Nardò, essendosi presentate le condizioni giuste, avrei preferito che qualcuno avesse avuto almeno la minima sensibilità per cercare di non far perdere quest’occasione, alla città. Sono stati diversi, infatti, gli episodi di ritrovamenti archeologici, presentatisi durante i lavori di scavo e ripristino delle condotte come degli impianti, ricordiamo in piazzetta De Simone, o su via Garibaldi (posta centrale) o in pizza Pio XI (cattedrale). In questi casi, una volta eseguiti i necessari rilievi delle emergenze archeologiche esistenti, si sarebbe dovuto strutturare, preventivamente, il progetto, con un esercizio descrittivo ‘colto’ e opportuno, che poteva prevedere all’interno del piano pavimentale, l’inserimento, la’, dove era evidente, l’andamento delle tracce del passato (mura, resti di abitazioni, viabilità antiche) strutture archeologiche facendole individuare, nel loro perimetro e nella loro posizione, dalla traccia scura dei basoli ‘neri’ (rispetto ai normali basoli grigio-chiari) messa in risalto dalla diversa colorazione del pavimento. Una ‘fine’ concezione della sovrapposizione delle testimonianze, a sicura valenza didattica e perché no, pedagogica. Una mappa ri-iscritta sul pavimento della nostra città avrebbe comunicato l’idea di trasformazione e del tempo intercorso. Infatti, due sono le direzioni progettuali da prendere in considerazione, in questi casi; o lasciare dei lucernari perché le parti ritrovate, vengano direttamente viste nel sottosuolo, ma la soluzione prevederebbe costi maggiori dati dalla continua manutenzione o l’individuazione dei tracciati del sottosuolo che corrispondono, in superficie, con disegni dei limiti strutturali, grazie alla differenza di colore dei basoli. Usando i basoli già posseduti, avremmo avuto due vantaggi; la valorizzazione della storia come concetto fisico di sovrapposizione degli eventi nel tempo e l’avvicinamento del cittadino al senso di appartenenza, testimone della trasformazione della città. Noi possedevamo già i basoli di pietra lavica, per cui avremmo avuto la sorprendente soluzione. Salvando, quindi, la fruizione delle piazze o delle strade, si sarebbe potuta leggere la storia con i segni e le sui visibili delle ‘memorie dal sottosuolo’. Quindi, un’altra occasione persa di miglioramento della comunicazione della città, ai suoi cittadini.
Un esempio di quello che avrei voluto, fosse stato realizzato, con sensibile oculatezza e immancabile responsabilità culturale a Nardò, si è tentato di fare, per esempio, nel comune di Caprarica, in piazza della Vittoria. Il risultato ottenuto, pur nelle limitazione dei problemi di realizzazione, ha assunto una comunicabilità adeguata all’importanza storica che quei segni trasmettono. Auspico perciò maggiore attenzione e sensibilità culturale (architettonica), nell’approccio alla rivalutazione e alla riqualificazione dell’urbano, Nardò ne avrebbe veramente bisogno.
Paolo Marzano
Responsabile dell’Osservatorio sulla città
















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