NARDO' - Quando fu uccisa Renata Fonte, non avevo ancora compiuto 18 anni.
Avevo scelto la mia strada: avrei studiato informatica. Non avevo affatto una coscienza politica né una cultura filosofica né storica. Il mio primo voto l'ho dato proprio al Partito Repubblicano Italiano, nel quale Renata aveva militato, come suo zio, l'indimenticato avvocato Pantaleo Ingusci.
Pochi mesi dopo, insieme ad altri ragazzi, tra cui Milly Tartaglione, nipote di Renata, fondiamo la Federazione Giovanile Repubblicana. Mi immergo negli studi: i valori risorgimentali di Mazzini e Cattaneo, l'europeismo di Ugo La Malfa, l'antifascismo del leccese Oronzo Reale (al cui funerale partecipai).
Seguo tutte le udienze del processo, osservando gli sguardi degli indagati (poi dichiarati colpevoli), dei magistrati, dei parenti. Abbandono gli studi di Informatica e mi iscrivo alla Facoltà di Scienze Politiche. Da lì è un tripudio di "promozioni" interne alla Federazione Giovanile Repubblicana: vicesegretario regionale, membro del Direttivo Nazionale (con Oscar Giannino e Davide Giacalone) e, infine, Responsabile nazionale del Settore Europa.
Conservo ancora i telegrammi che mi spedivano da Roma; nell'ultimo che ho ricevuto, veniva richiesta la mia presenza a Strasburgo! Era stato convocato il Parlamento Europeo e dovevo seguirne i lavori. Era tutto rimborsato e Tangentopoli non era ancora scoppiata.
Ho frequentato Piazza dei Caprettari, in Roma in diverse occasioni. Dai miei 20 ai miei 24 anni. Ho visto abbastanza per poter decidere, tranquillamente, che quella non era la mia strada. Mi sono dimesso, conseguentemente ai miei ideali utopici, e mi sono abbandonato al qualunquismo più becero, senza ormai fiducia alcuna nelle reali possibilità di cambiamento. Fino ai nostri giorni in cui, invece, ho ritrovato la fede nella possibilità di cambiamento della società e nella realizzazione della giustizia sociale.
Renata, che non ho mai conosciuto, mi ha indicato un percorso. Non l'ho mai vista in carne ed ossa, ma la sua anima l'ho respirata. Nelle sedi del partito che frequentava, nelle abitazioni delle splendide persone di cui si attorniava, come il compianto ed umile Leonardo Mellone. Questo ho imparato dalla condivisione dei suoi spazi.
Sebbene il tempo sia stato un po' avaro con lei, ho la sensazione che sia finalmente arrivato il momento del suo trionfo. Come in una liturgia laica, Renata è l'anima da cui questa città potrà ripartire. E' nel nome e nel segno di Renata che siamo chiamati, da oggi in poi, a dar vita al nostro senso civico.
Il mio pensiero ed il mio augurio è che si possa evitare di scivolare nella retorica. Oggi Renata ci chiederebbe azioni, perché il tempo delle parole è finito. Oggi è il tempo della coscienza e dell'umiltà. E delle lacrime, per chi, come me, interiorizza, finalmente, il senso profondo della sua scomparsa.
Grazie, umile e grande donna.
















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