NARDO'/REGIONE PUGLIA - Lanciando la rubrica "Parla Chiaro!" abbiamo premesso che avremmo voluto riportare, sia pur nel nostro piccolo cosmo, la politica dei temi al centro del villaggio. Lasciando da parte slogan e spot da social. Impresa quasi impossibile? Forse sì ma perché manca la volontà dei giornali di porre domande, anche scomode e complesse, ed ai candidati il tempo e la voglia di rispondere. La rubrica nasce proprio per questo: conoscere volti nuovi e vecchi della politica e parlare con loro di argomenti veri, solidi, concreti. Anche così sarà possibile mettere gli e-lettori nelle condizioni di scegliere. Oggi si parte con una candidata neritina che, veramente con tempestività, ha deciso di accettare l'invito e rispondere a domande anche complesse. Ci ha dato soddisfazione, se così vogliamo dire. Speriamo di continuare così. Buona lettura.
Intervista alla dottoressa Graziana Ronzino, candidata alla Regione Puglia col Partito Democratico.
Le chiediamo un breve curriculum del suo impegno politico e/o sociale.
Da giovane ho militato attivamente in movimenti giovanili, animata dalla passione per la partecipazione e l’impegno nella comunità. Oggi, quella stessa passione mi accompagna nel mio lavoro e nelle scelte che faccio per contribuire al bene comune.Sono socia onoraria del Rotary Club di Nardò e dell’UNITre di Nardò, realtà che mi hanno permesso di avvicinarmi sempre più alla comunità e alle sue esigenze. Nel corso della mia carriera ho avuto l’onore di ricevere diverse riconoscenze, tra cui premi dai Rotary Club di Nardò e di Gallipoli per il mio impegno nei programmi di prevenzione oncologica gratuita, e il premio “Galateo” dall’associazione Galatea di Galatone per aver contribuito all’umanizzazione dei servizi sanitari in oncologia.
Da sempre credo nel valore del volontariato e della partecipazione attiva: sono socia di Slow Food, ho fatto parte del gruppo speleologico neretino e sono impegnata in numerose iniziative a favore dei pazienti oncologici. Faccio parte di associazioni dedicate alla lotta contro il tumore ovarico e ricopro il ruolo di membro del direttivo regionale di ACTO in Puglia. Ogni esperienza, ogni progetto, ogni collaborazione mi ha insegnato quanto la dedizione e la passione possano fare la differenza nella vita delle persone e nella comunità.
I lettori vorrebbero sapere, immaginiamo, qual è la cosa che la convince più del candidato presidente che sostiene e quella che le piace meno.
La cosa che più mi convince della candidatura di Antonio Decaro è la sua trasparenza e il coraggio con cui ha scelto di segnare una discontinuità rispetto al passato.
Ha voluto chiaramente prendere le distanze da certe logiche e modalità che, negli ultimi anni, hanno finito per appesantire anche la percezione del Partito Democratico a livello regionale.
Questa volontà di rinnovamento, di cambiare passo e metodo, è ciò che mi ha convinta di più: perché non si tratta solo di una questione politica, ma di un segnale di responsabilità e di rispetto verso i cittadini.
Rompere con il passato, in questo caso, non significa negare ciò che è stato, ma avere il coraggio di costruire qualcosa di nuovo, più trasparente e più vicino alle persone.
Le elezioni regionali in Calabria, Toscana e Marche hanno registrato un preoccupante calo dei votanti. I cittadini manifestano diffidenza verso una classe politica incapace di mantenere gli impegni e dimostrare coerenza. La situazione a Nardò è ben nota. Dopo questo primo passo c’è già chi la vorrebbe alla guida di una coalizione per le comunali del 2027. Lei cosa sente di poter dire su questa possibilità?
Per ciò che riguarda la partecipazione alle elezioni regionali, non solo in Puglia ma anche in Calabria, Marche e Toscana, credo che sia ormai evidente un fenomeno di disaffezione generale: la gente comune si è allontanata dalla militanza politica e, spesso, anche dalla partecipazione al voto.
Questo, però, non può e non deve diventare una giustificazione. Non votare non è una forma di protesta efficace, è una rinuncia. Il voto resta l’unico strumento concreto che abbiamo come cittadini per esercitare libertà, responsabilità e appartenenza a una comunità democratica.
Rinunciare a votare significa rinunciare a una libertà che, pur con tutte le sue imperfezioni, è la più preziosa che possediamo: quella di scegliere. Una scelta libera, consapevole, di posizione — anche ideologica, se vogliamo — ma sempre una scelta che afferma la nostra presenza nella società.
L’astensionismo, dunque, non è solo un problema politico: è un problema civile e culturale. Perché quando le persone smettono di partecipare, smettono anche di sentirsi parte di un progetto comune. E una democrazia senza partecipazione è una democrazia che comincia a vacillare.
Per questo credo che oggi serva uno sforzo collettivo per riportare le persone alle urne, per restituire senso e fiducia al voto. È ciò che sto cercando di fare anch’io, con semplicità, mettendoci la faccia, la vita, la quotidianità.
Perché fare politica, per me, significa proprio questo: provare a ridare valore all’impegno, al coraggio delle idee e alla partecipazione come fondamento di una società civile e viva.
Sulla possibilità di costruire, in prospettiva, una coalizione di centrosinistra – o, come preferisco dire, una sinistra larga, aperta e autentica – per le amministrative del 2027, credo che si debba ragionare con grande serietà.
Il punto di partenza è lo stesso che ho richiamato più volte: la partecipazione. Prima ancora dei nomi e delle candidature, serve una comunità politica che torni a sentirsi parte attiva, che si assuma la responsabilità di scegliere e di costruire insieme.
Un progetto di sinistra, infatti, non può ruotare attorno a una persona, ma attorno a una visione collettiva. La persona può rappresentarla, può farsene portavoce, ma non può sostituirla. Serve un progetto di città, un progetto di cambiamento e soprattutto di discontinuità con un passato che, a Nardò, è stato e purtroppo resta ancora complesso da molti punti di vista: politico, amministrativo, e anche sociale.
Ripensare il futuro amministrativo della città significa elaborare idee nuove, programmi concreti e condivisi, che restituiscano fiducia ai cittadini e dignità alla politica locale. Non basta cambiare i volti, bisogna cambiare metodo, linguaggio e visione.
Ora alcune domande più legate alla sua professione, ipotizzando sin da ora una sua possibile elezione e quindi la possibilità diretta che lei possa incidere sulla politica pugliese e del suo territorio.
Quanto al mio eventuale ruolo, è presto per parlarne, ma è chiaro che chi sceglie di candidarsi lo fa per portare un contributo reale, non simbolico. E il mio contributo riguarderebbe soprattutto i temi che conosco meglio: la sanità e la riorganizzazione del sistema salute pugliese.
È un sistema che presenta criticità tangibili, che vivono ogni giorno i cittadini ma anche gli operatori sanitari. Su questo voglio continuare a impegnarmi, perché è ciò che so fare, è la mia competenza e la mia vocazione.
Ed è anche la ragione per cui ho accettato la proposta del Partito Democratico e degli amici di Nardò: per mettere la mia esperienza al servizio di un percorso collettivo, che guardi al futuro della Puglia e delle nostre comunità con serietà, coraggio e senso di responsabilità.
Sulle liste d'attesa. Quanto sarebbe utile e quanta gente ne avrebbe giovamento se venisse abolita l'attività Alpi? Così facendo non abbatteremmo le liste d'attesa a livello regionale?
Purtroppo, pensare di abbattere le liste d’attesa eliminando l’attività intramoenia (ALPI) è un errore di prospettiva.
L’attività ALPI, per chi non lo sapesse, è un diritto-dovere previsto dal contratto collettivo nazionale dei dirigenti medici del Servizio Sanitario Nazionale.
Significa che ogni dirigente ha il diritto, ma anche il dovere, di poter esercitare la libera professione, scegliendo se svolgerla all’interno della struttura pubblica o, in alternativa, all’esterno, modificando in questo caso le condizioni del proprio contratto di lavoro.
Non si può, quindi, semplicemente “abolire” l’attività libero-professionale, perché fa parte delle prerogative del ruolo dirigenziale nel sistema sanitario.
Inoltre, non è questa la causa principale delle liste d’attesa.
Le liste d’attesa, purtroppo, rappresentano un problema strutturale e nazionale, che non nasce dalle singole scelte dei medici, ma da decenni di politiche sanitarie che hanno progressivamente indebolito la sanità pubblica, favorendo la crescita del privato e del privato convenzionato.
Si tratta di una deriva iniziata già negli anni ’80, con i primi governi di centrodestra, che hanno scelto di spostare risorse e attenzione dal pubblico al privato.
Oggi paghiamo le conseguenze di quelle scelte: mancano medici, mancano strutture adeguate, e i servizi territoriali non riescono più a garantire tempi e risposte adeguate.
Per questo, la soluzione non è abolire l’attività libero-professionale, ma riorganizzare la sanità pubblica, investendo sul personale, sulla digitalizzazione, e su una gestione più efficiente dei percorsi di cura.
Ipotizzabile, per lei, far gestire l'ex ospedale di Nardò dalle suore Marcelline o da un ordine religioso? Non sarebbe l'unico modo per riaprire il nostro nosocomio?
L’ipotesi di affidare la gestione dell’ex ospedale di Nardò a un ordine religioso, pur suggestiva sul piano simbolico, non è praticabile sul piano normativo.
l presidio territoriale di Nardò è infatti una struttura pubblica, e la legge non consente la gestione di presidi pubblici da parte di enti privati e gli ordini religiosi, anche quando si occupano di sanità o assistenza, sono a tutti gli effetti enti privati.
In Italia e all’estero gli ordini religiosi gestiscono le proprie strutture sanitarie o socio-assistenziali, ma si tratta di realtà completamente autonome, regolate da norme diverse rispetto a quelle che disciplinano il Servizio Sanitario Nazionale.
Per questo motivo, l’idea di una loro partecipazione diretta alla gestione del presidio di Nardò non è compatibile con l’ordinamento vigente.
Ma soprattutto, non sarebbe questa la soluzione ai problemi del nostro presidio territoriale.
Quello che serve davvero è potenziare la medicina di prossimità, come previsto dai piani di riordino nazionale e regionale: rafforzare i servizi territoriali, migliorare la rete di assistenza, integrare le professionalità e rendere più efficiente il sistema di presa in carico del cittadino.
Solo così potremo restituire a Nardò e al suo territorio un presidio realmente funzionale e vicino alle persone.
Medici e infermieri sono coloro che conoscono la sanità dall'interno delle corsie. Che pensa se i futuri direttori generali della ASL, i manager della gestione, siano individuati tra i medici o gli infermieri e non più avvocati o laureati in economia. La sanità pubblica potrebbe averne giovamento?
Medici e infermieri conoscono profondamente gli ospedali dall’interno e hanno la capacità di individuare e osservare i limiti del sistema dal loro punto di vista operativo. Tuttavia, questo non significa necessariamente che siano le figure più adatte a gestire l’intero funzionamento della macchina sanitaria.
La gestione di un sistema complesso come quello della sanità richiede competenze manageriali specifiche, una visione d’insieme e la capacità di ottimizzare risorse e personale in modo strategico. Spesso, la selezione di chi occupa ruoli apicali non tiene pienamente conto di queste competenze, e questo rappresenta una criticità da superare.
Un altro nodo cruciale riguarda la disponibilità e l’uso delle risorse: non servono risorse infinite, ma una gestione intelligente e misurabile degli obiettivi. Per migliorare un sistema, infatti, bisogna prima saperlo misurare: solo così si può capire se le scelte adottate sono davvero efficaci.
La sanità del futuro deve puntare sulla capacità di performance, sulla valutazione dei risultati e su una leadership che unisca visione, competenza e passione.
Perché la passione è la chiave: non basta saper organizzare, bisogna voler curare.
E questo vale per tutti, che si tratti di medici, infermieri, economisti o giuristi, la vera sfida è saper coniugare la competenza tecnica con l’umanità e il senso di responsabilità verso chi soffre.
Perché ha deciso di mettersi in gioco proprio adesso?
La mia scelta nasce dall’accettare la proposta del PD di Nardò, perché ho percepito un forte disagio tra la popolazione e un progressivo indebolimento della vita politica e amministrativa sul nostro territorio, con segni di frammentazione, distacco e disamore verso la politica. Questi elementi mi hanno fatto riflettere sul fatto che, se chi ha competenze e passione resta in silenzio, chiudiamo la porta a possibilità concrete di cambiamento.
Ho accolto questa proposta con orgoglio e gratitudine nei confronti di chi ha ritenuto che potessi interpretare sogni, bisogni e aspettative di tanti cittadini che oggi si sentono inascoltati o esclusi. Ciò che mi spinge è la passione per la politica, che porto dentro da sempre, fin da giovane, e la convinzione che la partecipazione attiva non sia solo un dovere, ma un atto di responsabilità verso la comunità.
Questa candidatura è anche una risposta alla frammentazione e alla sfiducia che si sono create attorno alla militanza politica e al coinvolgimento civico nel nostro territorio. È la volontà di dimostrare che la politica può essere un servizio concreto, che ascolta, propone soluzioni e valorizza le persone.
Per questo ho deciso di accettare questa sfida, mettendoci la mia faccia e la mia esperienza, con l’obiettivo di dare voce a chi vuole partecipare al cambiamento e di contribuire, con passione e competenza, a costruire un futuro più equo, solidale e vicino ai cittadini e alle cittadine.
















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