NARDO' - Caro direttore, ma gli anziani a Nardò dove sono? Che fine hanno fatto?
Si vedono gruppetti di anziani nei giardinetti, dietro gli irti cespugli secchi, non curati, all’ombra dei pochi alberi, sopravvissuti all’assalto, botanofobico, della nostra amministrazione; nelle sparute panchine rimaste in vita a piazza Castello.
Questi nostri vecchi pensionati sono lì, e sembrano come esiliati, perché non sanno dove andare e cosa fare.
Del resto basta cliccare “anziani” sui motori di ricerca, e ti compare un elenco sconfinato di “badanti, agenzie e case di riposo, nonché confortevoli poltrone per il ristoro”.
Oramai l’anziano (non in tutte le zone italiche) è sinonimo di sofferente, persona malconcia. Ragion per cui da escludere dalle zone urbane produttive e ricreative. Da estromettere dai centri sociali nevralgici della nostra città. Ho ascoltato storie tremende sull’argomento.
A sentire qualche voce critica di anziani sfrattati, dal governo di questa città, dal centro sociale, fanno un baffo, per la grinta, ai ventenni incazzati nelle piazze studentesche che protestano per il diritto allo studio e contro il ministro Valditara.
Ma quello che mi chiedo, perché “il vecchio non è più il saggio?”
Colui che divulga conoscenze ed esperienze di vita, in grado di dare i suoi preziosi consigli, e tramanda il suo sapere alle nuove generazioni?
Sebbene ci sia stata una crescita della popolazione anziana, negli ultimi anni, non si vedono nel sud, e a Nardò, politiche attive sociali per gli anziani. Ma solo sussidi, bonus, vacanze estive, fantomatici corsi di ballo e cucina.
Questa è la considerazione che gli amministratori, gli esperti che studiano le politiche collettive e si riempiono la bocca nei convegni, farsa, con “il welfare”, hanno della nostra memoria storica, di chi ci ha preceduti.
I politici si sono ormai consegnati, mani e piedi, ai famelici privati: ti offrono, si fa per dire, case di riposo, Rsa ed Rssa, sempre più costose (i distretti socio-sanitari, gli uffici Pua, non concedono mai niente e pongono una serie di problemi quando devono occuparsi dei nostri genitori);
ti espongono (?) una gamma di presidi sanitari, convenzionati Asl (lettini, poltrone, girelli e materassi anti-decubito) anzi, nei distretti socio-sanitari, già da anni, stazionano, pressoché in pianta stabile, gli incaricati delle ditte private, convenzionati, per controllare meglio se direttori e dipendenti ordinano i loro prodotti;
agenzie di badanti, dove c’è l’imbarazzo della scelta: ragazze, ragazzine, ad ore, h24, con sostituzione ogni tre mesi, tanto che la pensione, e l’assegno di accompagnamento, non è sufficiente a coprire le spese per l’assistenza.
Ma rilancio: perché a Nardò, in centro come in periferia, non esistono case di comunità, centri sociali, case quartiere, per far partecipare le persone e integrarsi con i giovani ed il resto della popolazione? Perché gli anziani sono diventati sinonimo di assistenza, malattia, oblio?
Perché gli anziani non devono essere considerati “patrimonio storico vivente”, ponte con i ragazzi per contrastare le nuove solitudini?
Forse perché è più allettante abbandonarli, escluderli, per poi alimentare quell’ingordo, volume d’affari per curarli ed assisterli?
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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