Caro direttore, adesso basta!
Di solito utilizzo questa rubrica, da Lei direttore gentilmente e pazientemente messa a disposizione, per scrivere di questioni locali.
E lo faccio con toni spesso allegri, ironici perché mi sono accorto che in molti casi la critica diretta, a limite del tono irrispettoso, a volte viene scartata a priori dai lettori e rischio di non essere letto.
Questa volta l’argomento è troppo serio per trattarlo con sarcasmo o replicare “di sponda” come per far finta di non volerlo affrontare.
Sto parlando del compagno Enrico Berlinguer.
A questo proposito colgo l’occasione per complimentarmi con Marcello Risi per il libretto che ha dedicato al comizio che Berlinguer tenne a Nardò nel 1982.
Un elaborato minuzioso e preciso di quello straordinario evento.
Marcello ha steso una esauriente relazione di come la nostra vita, quella di tante compagne e compagni, è stata (e lo è ancora) indissolubilmente legata a quel partito, e al nome del compagno segretario. E poi ringrazio Marcello per avermi citato: un’esposizione esauriente delle mie radici storico-politiche, quando il partito di Nardò mi offrì la possibilità di studiare, nel giugno del 1981, presso la Scuola del Pci di Albinea in provincia di Reggio Emilia.
Qualche giorno fa su un “giornalaccio” (non riporto il nome per non fargli pubblicità) un noto giornalista scriveva un commento sprezzante su Enrico Berlinguer.
Il titolo, che non riporto perché mi disgusta, dovrebbe bastare ad esibire il dileggio reazionario di certi cronisti. Si stupisce delle tante celebrazioni per la figura di Berlinguer, per i “troppi” libri scritti sull’argomento e anche per un film in uscita prossimamente nelle sale.
Deplora il regista Andrea Segre e l’attore Elio Germano per aver ridato alla parola comunismo “un’accezione positiva” e proseguiva con una serie infinita di castronerie tipiche dei camerati, di questa e dell’altra epoca.
Accusa Berlinguer “di non essere stato dialogante e rispettoso” e che avrebbe avviato la fase “dell’antifascismo militante”.
Inoltre, aggiunge, “se in Italia avesse vinto Berlinguer saremmo stati una specie di Romania”.
Vi risparmio il resto, perché le argomentazioni sono talmente meschine, e prive di attendibilità, che non le ritengo degne di nota e valutazione.
Adesso Basta!
La pazienza ha un limite, e il vaso è colmo: questi signori soffrono davvero di una brutta infermità che sia chiama “arrogante presunzione” e cercano giornalmente di somministrare agli italiani corbellerie a piene mani. E quel che è peggio pensano che la gente abbiano tutti l’anello al naso.
Enrico Berlinguer è stato il segretario del più grande Partito Comunista dell’Occidente, e con la sua segreteria l’organizzazione politica comunista raggiunse vittorie, politiche ed elettorali, che tutti possono leggere sui libri, tesi e trattati di storia del Movimento Operaio a livello Internazionale.
Berlinguer dialogò con tutti i partiti dell’arco costituzionale, e negli anni ‘70-’80 in particolare con la Dc di Aldo Moro.
Lo fece fino a quando Usa e servizi deviati non riuscirono ad interrompere, con la violenza, quel dialogo ammazzando Moro.
Dialogò con il vescovo Bettazzi, perché migliaia di cattolici erano iscritti al Pci e non si vergognavano di comprare l’Unità, militare nel Pci e recarsi a messa la domenica mattina.
Dialogò con tutti, eccetto che con i fascisti, perché Berlinguer era intellettualmente consapevole degli scempi, delle rovine, delle devastazioni e i saccheggi che questi avanzi della società avevano compiuto nel ventennio mussoliniano ai danni di questa nazione e degli italiani tutti, esponendoci davanti al mondo a pubblico ludibrio.
Se Berlinguer fosse stato oggi segretario, ne sono certo, non avrebbe mai sopportato che al governo di questo paese ci andassero i fascisti nostalgici della Repubblica di Salò e del repubblichino Almirante.
E forse proprio questo che ancora in tanti, compreso il cronista in questione, non va giù il gesto del segretario dell’Msi quando si recò al funerale del compagno Enrico.
L’attore Elio Germano restituisce agli italiani di buon senso, ai sinceri democratici, alle donne e agli uomini di buona volontà e agli antifascisti di ogni epoca una figura del segretario del Pci come di un uomo che possiamo con orgoglio dire “a quell’epoca io c’ero!”
C’ero quando nelle piazze di Roma parlava alle folle oceaniche; c’ero in quell’epoca in cui stava con gli operai della Mirafiori che volevano occupare la fabbrica; c’ero in prima fila in piazza a Nardò, insieme con i settemila, nel giugno 1982, come dice diligentemente Marcello Risi; c’ero a Roma per rendergli l’ultimo saluto quando Sandro Pertini, commosso, salutò il feretro.
Dunque, alcuni giornalisti (non so se meritano questa definizione) prima di parlare, o meglio screditare, di nostri personaggi storici di questa Repubblica nata dalla Resistenza Antifascista, farebbero bene ad informarsi e a leggere, e a non rifilare corbellerie che non fanno altro che ritorcersi contro se stessi.
Mi scusi direttore, ma quando “un vaso è colmo” il sarcasmo o una risata non bastano, bisogna sbattere in faccia la realtà nuda e cruda.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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