Caro direttore, “dimettetevi e dimostrate ai politici regionali che in questo modo è inconcepibile fare sanità”.
Qualche giorno fa ho avuto modo di assistere (per assistere intendo dire che ho fatto da spettatore) a storie sanitarie che non vedevo da tempo, ma che ahimè ogni giorno inondano le cronache dei giornali e i social media.
Scenari penosi, dove conviviamo con sempre maggiore difficoltà, di un’angoscia insopportabile. Persone bisognose di ricorrere alle cure di un pronto soccorso, in uno dei tanti della nostra provincia. Non ho intenzione di precisare di quale pronto soccorso sto parlando, tanto le situazioni sono comunque sovrapponibili.
Racconto cosa ho visto e sentito, nella speranza (lo so che è del tutto illusoria) che qualcuno, ancora “puro di cuore”, assuma le proprie determinazioni politico-amministrative: sono arrivato al Pronto Soccorso, insieme con una parente che accompagnavo, intorno alle 17,30, di un giorno feriale. La sala d’attesa era strapiena di persone. C’erano all’incirca 30-35 tra pazienti e accompagnatori.
Il triage, sbandierato nei piani sanitari regionali e locali, viene eseguito da una infermiera che sta dietro un vetro, che separa la sala d’attesa, seduta ad un computer. Da quello che ho potuto percepire l’operatrice sanitaria bada più a registrare i dati della persona, piuttosto che ad esaminare e valutare il caso e dare una eventuale priorità.
L’assegnazione del colore che, in teoria, dovrebbe distinguere l’urgenza o meno, non è dato conoscerla ai pazienti.
Questa smisurata attenzione che i piani guida regionali (possiamo chiamarla così?) attribuiscono all’infermiera, sempre intenta a osservare il computer, fa perdere di vista quello che è il fondamentale racconto dei sintomi di un paziente, che dovrebbero poi essere correlati ad una, questa sì attenta, raccolta dei dati clinici.
In questo modo la coda delle persone, che attendevano di essere chiamati nella sala medica, cresceva di minuto in minuto. L’estenuante attesa, (intendo dire tra una chiamata di una persona e l’altra) poteva durare anche più di mezz’ora.
Di fatto, nell’atrio delle emergenze si affollava di possibili fratture ad un polso, ad un piede; una persona che attendeva da ore di essere trasfusa; un signore che stava in sosta dalle 11 della mattina per essere medicato ad un dito; un altro che attendeva da ore di avere consegnato il foglio della dimissione dal pronto soccorso. Altri che aspettavano di entrare dai loro parenti che erano ricoverati in astanteria, per la costante e cronica carenza di posti-letto nelle varie divisioni.
La cosa strana, e irritante, che una ambulanza del 118 giunta al Pronto Soccorso, con il paziente in lettiga, si vedeva che stava male (non conosco la patologia) l’infermiera che l’accompagnava ha dovuto attendere la fila, insieme con gli altri, prima di esibire il foglio della diagnosi, con allegato il tracciato di un elettrocardiogramma.
Domanda: è mai possibile che il 118 una volta al Pronto Soccorso, si presume abbia con sé un paziente che richiede cure urgenti, debba attendere senza avere la priorità?
Solo verso le 19,30 di sera siamo riusciti a capire, riferito da una signora su una sedia a rotelle che aveva un bendaggio fatto in modo del tutto approssimativo, che nel reparto di ortopedia dell’Ospedale non c’era il medico di turno, ma il reperibile solo per eventuali urgenze.
Difatti, tutti coloro che venivano chiamati (ripeto dopo ore ed ore di attesa) per effettuare la radiografia, venivano mandati a casa per poi fare ritorno il giorno dopo per essere visitati dall’ortopedico in ambulatorio di Ortopedia dell’Ospedale. Dunque, li attendeva una nuova snervante attesa.
Sottolineo, il paziente che era lì per un taglio al dito, dalla mattina alle 11, per essere medicato e poi dimesso, è stato mandato via senza neanche essere medicato. Il pover'uomo a differenza di altri “bestemmiatori seriali” (posso assicurare che in queste circostanze anche un cristiano devotissimo a nostro Signore, diventa un blasfemo diplomato all’Accademia) aveva la faccia allegra e serena.
Mostrava il suo dito, neanche bendato, con sopra appoggiata una garza “volante” non disinfettata. Aveva l’aria di colui che è rimasto presso un commissariato di polizia, dopo essere stato “arrestato”, per ore, e una volta riconosciuto non colpevole, di nessun reato, “rilasciato”.
Un’altra signora anziana, che era caduta, era lì su una sedia da più di due ore e si contorceva per i dolori al polso. Nessuno, a parte noi che eravamo vicino a lei e la confortavamo, si è degnato di prestarli le cure necessarie per farla passare prima degli altri. Sintomo questo che il triage e le priorità non sono affatto applicate. Ed è ovvio, non mi passa neanche per la mente che nelle sale mediche erano con le mani in mano, anzi.
Di fatto dopo qualche ora ecco spiegato, questo bailamme sanitario si è generato perché di turno c’è un solo medico, dico un unico e solo. Un medico in un pronto soccorso che deve servire un’utenza per un comprensorio di almeno 30 mila abitanti.
Non voglio dare la croce al personale sanitario, medici infermieri ed Oss, perché di sofferenze e tormenti ne subiscono tutti i giorni. Prova ne vuole che sono i primi ad essere malmenati per le inefficienze politiche ed amministrative nelle corsie e nei pronto soccorso.
A loro dico che non dovrebbero più accettare queste situazioni e iniziare ad insorgere, in modo permanente, contro un sistema sanitario pubblico allo sbando.
Agli amministratori della sanità ribadisco questo: perché non provate voi, anche solo per mezza giornata, ad alzarvi dalle vostre sontuose scrivanie e a recarvi ad un pronto soccorso della nostra provincia, facendo finta di aver bisogno di aiuto?
Assisterete a storie assurde e dolorose, di persone in carne ed ossa. Forse solo in questo modo la smetterete di farvi imporre, dai politici, il risparmio sulla pelle della gente, di razionalizzare le risorse, di pareggio di bilancio e di taglio del personale e fareste l’unica cosa logica, quella di dimettervi e dimostrare ai politici regionali che in questo modo è inconcepibile fare sanità.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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