NARDO' - Pochi guizzi, poca passione, poco "sangue". Con la presenza di Mellone che aleggiava e quelle mancate domande (e risposte) che i cittadini avrebbero voluto da Stefanazzi e Decaro. E con qualche assenza che si è notata. L'impressione è che non si è voluto, o saputo, dare un'anima a questa tre giorni e lasciarne un ricordo ai presenti. Una festa fast food, come i panini non proprio imbottiti che venivano venduti negli stand.
Nella foto: Antonio Decaro compra i biglietti della lotteria
Caro direttore, testimone scomodo. In un finale di festa dove ancora domina il centralismo democratico?
La sera prima di ieri in Corso Galliano, “aleggiava uno spettro, ormai onnipresente”, dove alcuni attori comici si sono scatenati a ballare pizziche e tarantelle per augurare al primo cittadino la buona riuscita per una campagna elettorale, ancora in forse. Un sindaco non ancora candidato (ribadisco, ma che speriamo candidino presto).
L'altra sera invece in piazza Cesare Battisti si concludeva la tre giorni della Festa dell’Unità provinciale. E anche in quella piazza “aleggiava uno spettro onnipresente” di un innominato, che nessuno dei piddini ha voluto scomodare né disturbare.
Inciso breve: le feste dell’Unità che si organizzavano negli anni ‘70 fino alla fine degli anni ‘80 erano all’insegna del dialogo con tutti, aperte ad avversari e partiti della coalizione, a nemici, dissidenti ed oppositori.
Si parlava di tutto, e in primo luogo di politica estera, di pace, di guerre in atto, e in primo luogo si facevano analisi politiche.
Le feste dell’Unità erano momenti di ampio dibattito, autentico e democratico, e non c’era chiusura mentale ad ospitare un ex sindaco, per paura che potesse criticare il partito, le sue strategie politiche o l’intera colazione.
Il Pci era sì il partito dove il centralismo democratico dominava, e chi scrive l’ha sempre aspramente criticato (sono uscito dal Pci, anche se qualcuno stigmatizza “cacciato”, prima ancora di sciogliersi come neve al sole) ma non è mai stato impedito a nessuno di esprimere le proprie idee nelle feste dell’Unità.
Dalla conclusione della tre giorni, della festa dell'altra sera, ci si aspettava molto, ma molto di più di quello che abbiamo visto e sentito, perché è stata organizzata dai giovani di quel partito. Con filmati “remember” dedicati ad esponenti storici. Ieri sera, ad esempio, era stato invitato il deputato Claudio Stefanazzi.
Alcuni promotori della festa avrebbero potuto, tranquillamente, chiedere, “onorevole compagno, che giudizio dai al sindaco di Nardò che otto anni fa era partito lanciato da Michele Emiliano e oggi cerca, disperatamente, casa in una lista del centro o della destra e attacca vent’anni di centrosinistra della Regione Puglia?”
Nulla, il sindaco si “aggirava” in quella piazza, tutte e tutti i presenti, ed erano davvero tanti, aspettavano risposte sulla politica locale, ma nessuno ha voluto infastidire nessuno.
Ci attendevamo dal candidato Presidente, Antonio Decaro, che annunciasse una Puglia che condanna Israele per il genocidio contro il popolo di Gaza e Cisgiordania. Una Puglia che non vuole promuovere aziende che investano armi con Israele, e ancora un augurio alla Global Sumud Flotilla quale un'iniziativa umanitaria internazionale, in questi giorni diretti a Gaza per portare cibo, e invece non ho sentito niente.
Decaro ha solo sottolineato, più volte, che il suo primo incontro è stato con gli industriali pugliesi, e solo per ultimo incontrerà i sindacati dei lavoratori.
Domanda, perché non cominciare ad ascoltare i lavoratori e gli operatori del terzo settore, e per ultimo gli industriali? Premesso che Decaro ha detto che vuole fare comunità, e ascoltare la gente.
Come diceva Nanni Moretti, “Decaro, dicci qualcosa di sinistra”.
Ho atteso, invano, di cogliere qualcosa che distinguesse quella piazza da altre: critiche al governo Meloni, alle sue leggi liberticide, una parola in difesa dei giudici attaccati dall’esecutivo, sui fallimenti delle strategie economiche, un discorso per imprimere una svolta, decisiva, in una città dove da otto anni la democrazia è sospesa.
Ma in tutto questo consesso, nel dibattito “il Sud che cambia” è degno di nota, e di grande considerazione, l’eccellente intervento di una studiosa Giulia Falzea, che ha lavorato per il Teatro Koreja di Lecce. È laureata in lettere, specializzata in giornalismo, un master in economia dello sviluppo.
In quella piazza, con il discorso di Giulia Falzea, si è potuto finalmente udire qualcosa di sinistra vera, di nuovo e di diverso. Come il fatto che bisogna rimettere al centro la “quistione meridionale” come diceva Rina Durante.
Una militante politica, che aderì al movimento del ’68, che si interessò alla riscoperta delle radici storico culturali ed etnico-musicali della nostra terra, etnico-musicali e del tarantismo, mettendo al centro gli emarginati e gli oppressi con la loro voglia di riscatto. Ha fondato il "Canzoniere Grecanico Salentino". Qui sì possiamo dire, con orgoglio, che il tarantismo è quello autentico, e non il posticcio del palco eretto in Corso Galliano per ossequiare il sindaco.
E poi Giulia Falzea ha ricordato, anche se purtroppo solo accennato, a Goffredo Fofi. Un convinto meridionalista. La sua formazione culturale prendeva respiro dall’esperienza in Sicilia con Danilo Dolci negli anni Cinquanta. Il lavoro di Fofi è stato quello di esplorare e conoscere i luoghi, le persone, le situazioni sociali, i momenti di conflitto, valorizzando le esperienze meno riconosciute, meno legittimate dal discorso istituzionale. In esse vedeva la realtà delle cose, una trasformazione possibile.
Ecco secondo me, ieri sera, Giulia Falzea, se avesse avuto più spazio, avrebbe ridato ai numerosi, venuti da tutta la provincia e anche da fuori regione, in quella piazza di popolo, democratico e di sinistra, il marchio autentico che un tempo davamo alle Feste dell’Unità.
Mi sono sentito un testimone scomodo. In un finale di festa dove ancora domina il centralismo democratico?
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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