Contadini palestinesi controllano gli alberi tagliati dai soldati israeliani ad Al-Mughayyir – AP/Majdi Mohammed
Caro direttore, gli ulivi del Salento non sono stati sradicati da, disumani, coloni israeliani.
Scrivo (lo sottolineo per i “colti” che mi giudicheranno) pur consapevole dei milioni di alberi d’ulivo, in tutta la Puglia e non solo, essiccati per colpa della xylella fastidiosa. E allo stesso modo, sono conscio che così come questo argomento è una ferita aperta nella nostra terra, esiste un massacro di ulivi anche in Palestina.
C’è un’antica leggenda delle nostre terre, sugli ulivi secolari.
La leggenda racconta che la dea Athena avrebbe piantato il primo albero di olivo. Infatti, secondo la mitologia greca, questa era una pianta sacra, e chi avesse osato disonorarla sarebbe stato duramente punito.
Rammento ciò che diceva un genio come Renoir, “la bellezza di un albero d'ulivo è sfuggente”. E mandò in crisi persino la sua pittura quando scriveva, “L'olivo, che brutta bestia! Non potete sapere quanti problemi mi ha causato”, riportava in una lettera del 1889 a Paul Durand-Ruel.
Tucidide nel V secolo a.C., “Quando impararono a coltivare l’olivo e la vite,
i popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie”.
L’olivo perciò è parte del paesaggio storico del Salento. Per essere più precisi l’ulivo è la Storia del Salento che, come afferma Mirella Signore una studiosa della nostra terra, “comprende l’idea delle epoche storiche, della natura del terreno, delle strategie di difesa, della risorsa idrica, del patrimonio archeologico e della custodia dell’ambiente”. Sempre la stessa autrice ricorda, “Greci, che in genere erano soliti radere al suolo le terre conquistate tagliando anche i boschi, decretarono la pena di morte per chi avesse reciso un albero d’ulivo pubblico o privato.”
Dunque, più di duemila anni fa si toglieva la vita a chi “ammazzava” un olivo. Cosa dovremmo fare oggi nei confronti di chi con le parole, i discorsi e le decisioni, ha soppresso 9 milioni di olivi del Salento?
In Cisgiordania, invece ci hanno pensato i coloni, e l’esercito israeliano, ad abbattere e sradicare interi terrazzamenti di ulivi secolari.
Unitamente a questo, avvengono restrizioni alla mobilità, trasferimenti forzati, ordini di demolizioni. La vita dei palestinesi in Cisgiordania è da tempo segnata da aggressioni e soprusi per opera di coloni israeliani, raid con bulldozer cancellano, oltre alle case, i frutteti e pascoli, confiscano terre e ne impediscono l’uso a quelle genti. Allo scopo di espandere insediamenti, che anche la Corte Internazionale di giustizia ha definito illegali.
La campagna di Oxfam «Stop Trade With Settlements», vale a dire “fermare il commercio con le colonie”, da tempo denuncia queste atrocità, dinanzi ad una Unione Europea, e un governo italiano, corresponsabile ed inerte.
L’ulivo, come in Puglia e nel Salento, per l’identità palestinese è più di un albero. È un'entità a cui i palestinesi si sentono legati, oltre che culturalmente, come ad un rapporto di parentela spirituale, lo considerano uno spirito protettore, un antenato comune, sono lì da prima ancora che nascesse l’impero ottomano.
Dal 1967, sotto l’occupazione israeliana (e non dopo il 7 di ottobre del 2023) sono più di centomila le famiglie palestinesi che dipendono economicamente da questi alberi. Ecco che, essendo così importanti, sono purtroppo anche loro le vittime del genocidio e della brutalità della colonizzazione israeliana: si stima che, dal 1967, circa 800 mila ulivi siano stati distrutti dall’esercito e dai coloni israeliani.
L’operazione militare di al-Mughayyir, a est di Ramallah, è parte di quella strategia alla quale partecipano le forze armate e i coloni.
Nonostante il genocidio, gli abitanti di al-Mughayyir non si arrendono. Cercano di sollevare gli ulivi da terra, caduti sotto la furia dei bulldozer sionisti, come se fossero loro parenti, li infilano in sacchi, e in cuor loro sperano di poterli ripiantare per il prossimo inverno. Quelle piante sono parte integrante del paesaggio da migliaia di anni. Alcuni degli ulivi della Cisgiordania sono tra più antichi al mondo. All’ombra di essi le famiglie si riunivano, durante le pause della raccolta, per raccontare ai più piccole storie antiche e le vicende di nonni e bisnonni che hanno piantato alberi che ancora oggi danno da vivere a tante persone.
Con l’eradicazione, dicono i palestinesi, “vogliono spingerci via dalla nostra terra”. “Eppure, noi rimarremo, come gli ulivi che hanno provato a sradicare, continueremo a resistere».
Se per la xylella fastidiosa (lo so di azzardare un paragone lontano un abisso) addossiamo peccati miti a politici ed amministratori che non hanno saputo occuparsi degli ulivi, esiste invece una legge, una maledizione, per quei coloni sionisti che stanno sradicando quegli alberi.
Dobbiamo sperare nella leggenda della dea Athena, che parlava dell’ulivo, “chi avesse osato disonorarla sarebbe stato duramente punito”. Oppure i “Greci, che in genere erano soliti radere al suolo le terre conquistate tagliando anche i boschi, decretarono la pena di morte per chi avesse reciso un albero d’ulivo pubblico o privato”.
Concludo con le parole di Mahmoud Darwish, poeta e scrittore arabo palestinese che diceva: “Se gli ulivi conoscessero le mani che li hanno piantati, il loro olio diventerebbe lacrime”.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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