Caro direttore, Alberi di Natale spenti, e altri che, d’improvviso, si spengono.
Quanti alberi di Natale sono rimasti spenti quest’anno? A quante persone è stato impedito di celebrare il santo Natale?
Per primo ci metto, non in ordine cronologico, le madri e i bambini palestinesi, martoriati dalla guerra, sradicati dalle loro terre. Un popolo che sopravvive nel fango, al riparo, si fa per dire, di povere tende che ad ogni raffica di vento le porta via. Poi ci metto il perseguitato popolo ucraino, che subisce un conflitto armato da troppi anni, allo stremo delle forze. Non per ultimi ci metto i sei milioni di poveri in Italia, che continuano ad aumentare. Vivono nell’indigenza, non hanno la possibilità di curarsi, e ogni giorno si accalcano ai tavoli che apparecchiano la Caritas.
E poi c’è stato un albero che di colpo si è spento, e non c’è stato verso di riaccenderlo. Questo, me ne rendo conto, ha un’importanza minore non è rilevante come gli altri che ho citato sopra. Ma in ogni modo riflette alcuni sentimenti odierni, che ho l’obbligo di raccontare.
Lo abbiamo addobbato con amore, decorato e arricchito con palline colorate e tante lucine vivaci. Ogni anno inseriamo cose nuove, bigliettini di auguri, cambiamo la punta a stella, e poi mettiamo i regali alla base.
Spesso chi rimane fedele a queste tradizioni sono gli anziani e i bambini. I giovani di solito sono ostili, osservano con distacco alla decorazione dell’albero, e alla realizzazione del presepe. Snobbano e ignorano queste tradizioni.
Mi sono ricordato in questi giorni della bellissima commedia, di Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”.
Ad un certo punto, di botto, il mio albero si è spento. Abbiamo cercato di riattaccarlo alla spina dell’elettricità, di risistemarlo, di togliere qualche luce fulminata, ma niente. In casa è calato il gelo, lo sconforto. Ho visto i volti smunti degli adulti, i bambini tristi, inquieti, freddi come se qualcosa avesse insultato le nostre menti. I silenzi non sono tipici del Natale.
L’albero di casa, quella metafora della dura realtà della disgregazione sociale e affettiva, come in casa di Luca Cupiello, è la contrapposizione all’illusione della felicità familiare. L'armonia irrompe solo nel nostro sogno (che sia l’albero, o il presepe) mostra la necessità di una rinascita civile, morale, sociale di fronte alle ingiustizie, all'egoismo, al soggettivismo, ai razzismi, nazionalismi e individualismi sregolati che tendono a disintegrare le certezze familiari e i valori in cui abbiamo sempre creduto.
In sintesi, Eduardo De Filippo mi aiuta a leggere meglio questa fase storica. Lui usa il Natale non per celebrare la festa, ma per mettere a nudo la crisi del nucleo familiare e della società. Mostra come l'abbaglio sia necessario per rimanere vivo, ma anche come la realtà possa essere distrutta brutalmente, lasciando spazio alla tristezza e all’inquietudine.
Il presepe, o l’albero, diventano l'illusione di un mondo ideale che crolla di fronte alle cose non dette nelle famiglie, alle mezze verità, alla perdita di originalità nei rapporti. Trasformando il Natale, simbolo di unione, in un palcoscenico di dolore e di solitudine.
Quanti alberi di Natale sono rimasti spenti quest’anno?
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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