Caro direttore, Meloni e Mellone, le stesse parabole discendenti?
Dopo la imponente vittoria del No al referendum costituzionale, e le conseguenti dimissioni di un ministro, un sottosegretario e di un capo di gabinetto, del governo Meloni, credo che siamo di fronte a qualcosa, finora, di “nuovo” nell’agone politico.
A mio parere la grande affermazione dei No, al referendum, è stata determinata dai giovani studenti che il governo ha impedito, con una norma assurda, di far votare fuori sede. Giovani, molti votavano per la prima volta, che l’esecutivo istiga, e bastona, nelle manifestazioni di piazza per una Palestina libera, contro le guerre, per i bisogni umani fondamentali come cibo sano, salute, alloggi meno cari, acqua e aria pulita.
Ragazze e ragazzi, che non dimenticano quando questo governo, di destra estrema, ha cacciato dai centri sociali. Uno per tutti, il Leoncavallo di Milano. Dove storicamente venivano ospitate attività educative e sociali autogestite, tra cui supporto scolastico e corsi vari. Queste iniziative, inserite nel contesto di uno SPA (Spazio Pubblico Autogestito) nate nel 1975, miravano ad offrire alternative culturali e di aggregazione nel quartiere, affiancandosi alle attività politiche, musicali ed artistiche. Rammentiamo Dario Fo che è nato artisticamente al Leoncavallo, Claudio Bisio, Paolo Rossi.
E poi, per la vittoria dei No è stato fondamentale il voto degli anziani: molti di loro ultra novantenni, quasi centenari, che hanno preteso di recarsi alle urne, perché era importante esserci. Come nel giugno del 1946, con il referendum che sancì la vittoria della Repubblica sulla monarchia.
Qualche ora più tardi, con il trionfo dei No e la bocciatura, senza appello, della riforma Nordio-Meloni, abbiamo assistito ad un governo che si sta sgretolando pezzo dopo pezzo.
Magia di un Referendum, e potere di una matita, che Meloni (e compagni di bistecche) hanno fatto di tutto per politicizzare. Il merito va riconosciuto ai 15 milioni di cittadini italiani, che sono ritornati ad esercitare il loro diritto-dovere al voto.
Oltre alle dimissioni di Bartolozzi, Santanchè e Del Mastro, adesso c’è un’altra tegola che sta per ruzzolare sulla testa del governo Meloni. Il 26 marzo è previsto il voto finale in plenaria a Bruxelles - con il sigillo della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola - del testo intitolato "Direttiva del Parlamento europeo del Consiglio sulla lotta contro la corruzione".
In quel documento normativo l'abuso di ufficio viene considerato un reato grave, e tutti gli Stati membri saranno tenuti a prevederlo. Reato - ecco il punto - che era stato cancellato proprio dal ddl Nordio un anno e mezzo fa. Ora l'Italia ha due anni di tempo per mettersi in regola, in gergo per "recepire la direttiva", altrimenti rischia una procedura d'infrazione. Dunque, la Meloni, viste le grane, deciderà di dimettersi?
Una cosa è sicura, l’esito del referendum spalanca scenari inediti, e un vaso di pandora, che la vittoria del Sì non avrebbe mai scoperchiato.
Ma c’è un'altra novità che sta affiorando, da acque profonde, in queste ore e riguarda la città di Nardò. Bus estivi e servizi nel Comune, e l'Anac pare abbia inviato un fascicolo alla Procura della Repubblica. L’Autorità anticorruzione ha posto l’attenzione sugli affidamenti ad una ditta nella quale lavora la moglie di un dirigente comunale. La Procura della Repubblica di Lecce ha ricevuto l’input dall’Anac, dall’autorità nazionale anticorruzione, per indagare sui profili di criticità rilevati e che riguardano il Comune di Nardò. La questione verte precisamente sul conflitto di interessi e la rotazione degli affidamenti nel settore dei trasporti.
Ovvio che qui il referendum non c’entra nulla, ma è utile ricordarne l’esito: a Nardò ha vinto il No con una percentuale del 51,19% rispetto al 48,81% dei Sì. Dunque nonostante la giunta leghista, verde pisello, neritina sono prevalsi i No. E oggi, con questo ennesimo esposto in Procura, qualche tegola sta per cadere sulla testa dell’amministrazione?
L’interrogativo che pongo ora è questo, ed è quello che desta maggiore considerazione e scuote le fondamenta, fino a ieri, granitiche, nonché le convinzioni incrollabili del governo nazionale e della giunta di Nardò:
Meloni e Mellone, siamo davanti ad una identica parabola discendente?
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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