Non sono più "l'ex don Francesco" ma un artigiano innamorato del lavoro e delle volte a stella.
Una vicenda umana appassionante e tutta da leggere.
Caro direttore, prof. di qua e prof. di là, ma a Galatone tutti lo conoscono come, “Mesciu Cicciu” ed è per questo che gli vogliono un gran bene.
Francesco Danieli è una delle personalità tra le più poliedriche del panorama culturale italiano. Lui vive e lavora nella sua Galatone, e da qualche mese è stato nominato assessore alla cultura del comune. Un incarico abbastanza azzeccato.
Sottolineo lavora, perché lui di mestiere è muratore. Quando l’ho contattato mi sono rivolto a lui dicendo che la sua occupazione è il maestro carpentiere. Mi ha subito corretto perché lui è un semplice “muratore”.
Ammetto, per me umile apprendista, collaboratore giornalista (?) presso questa testata giornalistica di Porta di Mare, non è stato facile lanciarmi in un lavoro più grande delle mie preparazioni politiche, sindacali e principalmente culturali. Ovverosia, quello di interpellare una personalità di rilievo, di così elevata sapienza, per ottenere un’intervista.
Non posso nascondere che ho avuto “timore” nel rivolgermi a lui, come se fossi in una posizione inadeguata, fuori posto. Ho sospettato di non essere "all'altezza" della conversazione, di poter dire ovvietà, sciocchezze o di essere giudicato negativamente.
Il relazionarsi con una persona di così vasta erudizione, ha acceso la mia preoccupazione, nel non apparire perfetto o brillante, di generare un senso di inadeguatezza.
Benché avessi proposto, io stesso, alla redazione del giornale di scrivere della biografia e delle opere di Francesco Danieli, e delle sue qualità umane, artistiche e culturali. Nel momento in cui sto scrivendo sono ancora persuaso di non essere capace di assolvere a questo arduo compito. Ci provo in ogni caso.
Azzardo un paragone fuori tempo storico, ma non fuori luogo,
Antonio Gramsci nutriva una profonda ammirazione intellettuale per Francesco De Sanctis, considerandolo il più grande critico letterario italiano e un punto di riferimento fondamentale per la cultura nazionale. Nei Quaderni del carcere, Gramsci recupera la figura di De Sanctis non solo come storico della letteratura, ma come un "educatore".
Gramsci distingueva De Sanctis dalla critica accademica e retorica, ponendolo come modello di intellettuale organico che opera nella realtà. Posso dire che, in un certo senso, Francesco Danieli, attraverso i suoi studi e le sue opere, può essere considerato un intellettuale, critico letterario del nostro tempo?
Questa l’intervista.
Professore, Lei è ritenuto uno storico rinomato, autore di oltre venti monografie e centinaia di saggi, tra i massimi esperti di simbolismo in Italia. Perché quaggiù continuano in molti a chiamarla “Mesciu Cicciu”?
- Quaggiù mi chiamano in molti “Mesciu Cicciu”, unico titolo che accetto con piacere. Ne vado orgoglioso, perché racchiude per intero la scelta di libertà che accompagna la mia vita. Quando a 29 anni dovetti stravolgere la mia esistenza, mandando in aria ciò che sembrava sicuro e definitivo, scelsi di guadagnarmi da vivere col lavoro delle mie mani; grazie all’arte della pietra alla quale mi ero accostato da ragazzino. Soprattutto quella antica delle volte a stella. Ho sempre abbinato lo studio alla manualità, lavorando sodo fin dall’adolescenza (spesso contro il parere dei miei genitori) anche quando avrei potuto fare il principino. E ho fatto bene. Perché quell’ “impara l’arte e mettila da parte” mi ha aiutato al momento del bisogno. Proprio quando è toccato a me rimettermi in gioco, per ripartire da sotto zero e rinascere, ce l’ho fatta con la mia creatività. È stato il mio primo “discìpulu”, molti anni fa, a chiamarmi “Mesciu Cicciu”. Da lì, in poco tempo dall’abbandono dell’abito talare per divergenze con le autorità ecclesiastiche, nessuno ha più parlato di me come “l’ex don Francesco”, ma per tutti sono stato “Mesciu Cicciu”, artigiano conosciuto e rispettato.
Perché con la sua laurea magistrale italiana in Storia e Filosofia, quella ecclesiastica in Teologia e Storia della Chiesa – con un ulteriore master in Archeologia – ha preferito sempre l’attività artigiana all’insegnamento?
- Proprio per quel senso di libertà di cui ho parlato prima. Amo tanto insegnare. L’ho fatto per molti anni: alle Medie, alle Superiori (insegnando storia ai ragazzi a rischio dispersione scolastica, provenienti da riformatori e carceri minorili), all’Università. Tuttora tengo lezioni aperte, corsi e seminari presso importanti istituzioni accademiche in Italia e all’estero. Ma alla fine torno sempre ai miei “cuzzetti”. Solo loro sono capaci di soddisfare il mio bisogno innato di progettare e costruire, di modellare, di creare bellezza. Solo con la mia attività artigiana mi sento libero e – come affermo spesso – non sono obbligato a dover dire “bongiornu a ssignuria” a nessuno.
Qual è la missione della rivista “Krínomai”, di cui Lei è direttore a Milano?
- “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti” (Milano), che ho l’onore di dirigere, è un grande strumento di condivisione del Sapere. È un opificio di Bellezza in cui molti liberi intellettuali italiani si mettono in gioco, riflettendo sì sui grandi artisti del passato e sulle opere del patrimonio artistico ormai stratificato, ma anche e soprattutto favorendo la conoscenza e la comprensione dei nuovi artisti emergenti e dei loro lavori nella contemporaneità. Il nome greco della Rivista – grazie alla sfumatura che potremmo definire “mediopassiva” – comunica il doppio intento che la anima: quello autocritico, prima che critico.
In un contesto come il nostro in cui la facilità a basso costo delle recensioni web permette a chiunque di sparare a zero sugli altri, stroncando impietosamente ogni forma di espressione personale, “Krínomai” si pone in ascolto, accompagna per mano, rende migliori. Rende migliore soprattutto me, facendomi incontrare migliaia di persone in giro per l’Italia, girando in ogni dove per le presentazioni. Arricchendomi delle competenze della Squadra editoriale con cui collaboro, del brio degli artisti e della passione del pubblico con cui entro in contatto. Per cui spesso ripeto che “noi siamo coloro che incontriamo e i luoghi che visitiamo”.
Lei è da pochi mesi Assessore alla Cultura della sua Galatone. Quanto del Francesco Danieli intellettuale e studioso c’è nella sua esperienza amministrativa?
- Lo studio quotidiano e la ricerca costante mi rendono ghiotto di Conoscenza ogni giorno di più. E per conoscere devi ascoltare, per poi fare tuo tutto il buono che c’è negli altri. Per questo soffro di claustrofobia in quegli ambienti amministrativi in cui si preferisce dichiarare guerra alle persone e alle loro idee condivisibili, sol perché di diverso colore, anziché puntare a quel comune denominatore che dovrebbe essere il bene della Comunità, da qualsiasi fronte provenga.
La Cultura mi spinge al rispetto di tutti nella diversità di ciascuno; ad essere forte dei miei propositi, senza imporre nulla; a porre in atto scelte etiche impopolari, anche quando potrebbero ritorcersi contro di me a livello di consenso in un futuro prossimo. Le mie continue trasferte presso i più vivaci poli culturali italiani e il confronto intellettuale fuori sede, inoltre, mi spingono a scelte meno campanilistiche e aperte alla sprovincializzazione dei tesori artistici e dei talenti umani della nostra terra. Spesso intrappolata in una salentinità miope che fa iniziare e concludere ogni cosa all’ombra del nostro stesso naso.
Quale consiglio si sente di dare ai nostri giovani?
- Invito i nostri Giovani ad essere creativi. A spremere le meningi e a sporcarsi le mani. A fare ogni cosa col cuore. Perché la differenza qualitativa viene da questo. Li prego soprattutto di non fermarsi al minimalismo imperante, che li invoglia a sforzarsi il meno possibile. I nostri vecchi sostenevano che “ti ‘na cappa no bbesse ‘na coppula”. Figuriamoci cosa possa venir fuori dal minimo sindacale! Spero usino sapientemente le nuove tecnologie e rifuggano la tentazione di usare le Intelligenze Artificiali, oggi di moda, come scorciatoia. Questi nuovi ritrovati siano di supporto alle loro competenze, frutto di studio e applicazione, e mai le sostituiscano. E poi li invito a restare. Con passione e fantasia c’è modo di restare qui, in questa terra fertile e arida al contempo – capace di far germogliare eccellenze sbalorditive, ma troppo spesso incapace di prendersene cura.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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