NARDO' - La vicenda prende spunto dalla misteriosa uccisione del sotituto procuratore della Repubblica di Lecce, in una villa a ridosso del mare.
“Non sono un assassino” (Newton Compton) non è un legal thriller ma un serrato noir ed anche il doloroso lamento di un uomo, servitore dello Stato, ingiustamente accusato dell’omicidio del suo miglior amico, il sostituto procuratore della Repubblica di Lecce. Parliamo del secondo romanzo di Francesco Caringella (Bari, 1965) magistrato e consigliere di Stato. Lo abbiamo intervistato per voi.
D. Lo scrittore è “geograficamente corretto”. Non ci sono Fela e Montelusa nel romanzo ma tante località pugliesi realmente esistenti. Perché questa scelta?
R. I miei romanzi sono tutti ambientati in Puglia perché si scrive sempre quello che si è e ci si aggrappa alla fine ai propri luoghi d’origine che sono anche luoghi dell’anima. Però non ho voluto descrivere una Puglia da cartolina, quella dei materassini e delle spiagge affollate, ma la Puglia invernale, il lungomare di Bari a dicembre in cui il mare è rabbioso, il vento sibila furioso, la salsedine impregna l’aria e i colori sono tersi.
D. Santa Caterina di Nardò è la platea dove avviene l’evento cardine del libro, l’assassinio. La descrizione dei luoghi è perfetta: il tragitto per arrivarci, la luce, il numero dei gradini per raggiungere la torre. Anche il tempo per la nuotata verso lo scoglio chiamato l’isola appare rispettato. Come mai questa profonda conoscenza di Nardò?
R. E’ proprio la Torre dell’Alto. Il mio mare nelle cui acque splendidamente blu mi tuffo da ormai dieci anni visto che ho una piccola casetta a poche centinaia di metri. Il ventisette presenterò il romanzo a Nardò e non nascondo di essere emozionato all’idea di incontrare il teatro dell’omicidio che descrivo nel mio romanzo.
D. La figura di Martina, la figlia del presunto assassino, appare come in un romanzo nel romanzo. Caringella lavora volutamente, e tanto, nell’approfondire anche psicologicamente questo rapporto che diventa una sottotrama che dà spessore alla vicenda: lo scoglio al quale il protagonista si aggrappa.
R. Il mio non è un legal thriller ma un dramma psicologico descritto,come dice Sciascia parlando del “Giorno della civetta”, con la tecnica del giallo. Non è la storia di un reato o di un processo ma la storia di un uomo che vede la sua vita inghiottita dagli errori e dalla casualità che lo sbattono in galera con l’accusa tremenda di aver ucciso il suo miglior amico.
Nella lotta per riprendersi in mano la libertà e la vita lo sosterrà l’amore più puro che un uomo possa provare, quello per la figlia quattordicenne. A quest’amore, puro, incondizionato e assolutamente asimmetrico, dedico le pagine del romanzo alle quali sono più affezionato.
D. Non c’è il commissario che risolve il caso senza mai vedere il cadavere, o l’investigatore che guarda nella macchina da presa, come Ellery Queen, per spiegare chi è l’omicida. L’angolo di visuale appare quella dell’imputato, del presunto assassino. Da che cosa deriva questa scelta narrativa?
R. Non sono un assassino è un giallo anomalo. Mi è piaciuta l’idea di affrontare il mistero del delitto e del processo con l’occhio del presunto colpevole. I gialli italiani sono prevalentemente investigativi in quanto mettono al centro l’investigatore che come un superuomo risolve l’enigma, fa cantare il colpevole e lo porta impacchettato al processo. Nella vita reale non è così: i gialli si risolvono in processi che sono a loro volta dei gialli. Il punto di vista dell’imputato è fantastico per portare il lettore in un’aula di corte d’assise e, prima ancora, nella cella di un carcere che inghiotte un uomo e lo trasforma in un pacco di nessun valore.
D. Caringella, Carofiglio, Cosentino (e siamo solo alla lettera “c”), tutti pugliesi, guardano alla propria carriera di magistrati e la traducono, in diverse tonalità, in esperienza umanistica o letteraria. Perché succede? E’ solo un hobby che emerge prepotente (e diventa una seconda carriera) o i giudici hanno davvero bisogno di esprimersi in modo diverso, di dire altro?
R. Succede perché un giudice penale per lavoro scrive e conosce storie coinvolgenti. Ha nelle mani la penna e il materiale narrativo, ossia i due ingredienti principali del romanzo. Se poi aggiunge la pugliesità che significa amore per l’avventura, per il viaggio e per la scommessa…
















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