
Tema della conferenza: “Lo sfondo culturale contemporaneo di eutanasia e accanimento terapeutico”.
Relatore: Pierluigi Parisi
Data: Sabato 7 marzo ore 10.30
Luogo: Chiostro di s. Antonio – Nardò.
Qual è lo sfondo culturale nel quale ci troviamo oggi?
È opinione comune che sia il pensiero a guidare l’azione e l’agire. Ne facciamo esperienza ogni giorno, finanche nelle più semplici manifestazioni della quotidianità. Ad esempio, si pensa prima di afferrare un bicchiere e poi lo si afferra praticamente. Certo, questo gesto così semplice non richiede una grande elaborazione mentale e spesso ci dimentichiamo dell’intenzionalità sottesa ad un azione del genere. Occorrerebbe disquisire sulla libertà umana e sul libero arbitrio, ma è un discorso che ci porterebbe qui troppo oltre. Restiamo concentrati sull’affermazione che l’azione è preceduta dall’intenzione. Fondamento dell’imputabilità è, infatti, che il soggetto sia innanzitutto capace di intendere e di volere. Ma cosa succede se l’agire, o più generalmente il fare, precede il pensiero? È possibile un’inversione di questo tipo? È possibile, almeno teoricamente, oggi. Mi riferisco all’attuale condizione postmoderna dell’uomo nell’età della tecnica. La nostra epoca è definita da molti studiosi “età della tecnica” dacché è la tecnica a dirigere l’evoluzione, lo sviluppo e il progresso sociale e più estesamente umano. Il paradosso, se così possiamo dire, è che oggi l’uomo è al servizio della tecnica. Da sempre, invece, l’uomo è stato pensato come un centro capace di organizzare mezzi in vista si scopi. L’uomo oggi sembra aver perso la propria centralità decisionale ritrovandosi al servizio della tecnica. Sarebbe opportuno qui un chiarimento di “tecnica”, ma anche questa volta il discorso si complicherebbe vertiginosamente. Assumiamo già la conclusione secondo la quale l’uomo è al servizio della tecnica e la tecnica dirige l’uomo e il suo fare. Ciò significa che le forme del fare umano precedono nella loro possibilità ed abilitazione tecnica l’abilità progettante dell’uomo. La crisi contemporanea è prima di tutto una crisi prospettica dell’umano, una crisi della progettazione tale per cui il futuro si è appiattito, contratto e schiacciato sul presente lasciando l’uomo in una dimensione asfittica. Il pensiero e l’elaborazione mentale delle forme pratiche arriva sempre il ritardo rispetto a queste ultime. Il pensiero, anziché precedere il fare, cerca affannosamente di corrergli dietro.
Ha tutto ciò delle ripercussioni anche in campo medico e morale?
Questa cornice è fondamentale e va tenuta presente anche nel campo della bioetica. Possibilità tecniche che fino a qualche decennio fa erano se non impossibili addirittura impensabili, oggi sono realtà concreta. E questa così vasta apertura delle possibilità tecniche umane impone all’uomo una riflessione, una decisione. L’uomo oggi deve rispondere all’appello della tecnica. “Responsabilità”, nella sua accezione etimologica più propria, significa proprio capacità-abilità di rispondere.
Il problema oggi è il seguente: se l’orizzonte della tecnica è unico e singolare, le risposte che si avanzano sono molteplici e plurali. Sempre più spesso, anche nei dibattiti comuni, si parla di relativismo e pluralismo di valori.
Ci sono trasformazioni culturali tangibili in merito?
Sì. Basti pensare alla crisi della filosofia e della teologia contemporanee così come anche alla crisi del diritto. L’epoca moderna si apre nel Seicento e in questo secolo hanno preso il via molte delle direttici che avrebbero, da lì al successivo mezzo millennio, informato la cultura dell’Occidente: nasce lo Stato come istituzione moderna (si pensi a Bodin e ad Hobbes), nasce un nuovo approccio alla natura (Galilei) e al corpo umano (Cartesio), ecc. Un secolo ricchissimo il Seicento, sul quale sarei tentato di parlare più estesamente. Ma torniamo all’oggi: noi stiamo esperendo attualmente la fine e il declino della parabola iniziata agli albori dell’epoca moderna. Ecco perché molti autori parlano di “post-moderno”, una parola che di per sé ci dice da dove veniamo (dal Moderno) e non ci dice verso dove stiamo andando (ecco la crisi della temporalità alla quale prima accennavo). Molte delle istituzioni moderne sono in crisi: è in crisi lo Stato, è in crisi il diritto, è in crisi la filosofia che oggi è così tanto frammentata e dispersa. E più in generale, sono in crisi le istituzioni. Tutto ciò che stava saldo, rigido, sicuro, fermo durante la modernità è oggi traballante, liquido, fluido, instabile. L’instabilità è la cifra della postmodernità. Tra le conseguenze di tutto questo c’è anche, a livello giuridico, una confusione tra sfera pubblica e privata, le quali durante tutto il corso della modernità erano chiaramente distinte.
La crisi del diritto e la confusione di pubblico e privato si esperiscono anche nella sfera bioetica?
Certo, ma non solo. Oggi il diritto è in crisi a causa della globalizzazione economica, della crescente perdita di sovranità dello Stato nazionale, dell’emersione dell’individuo sulla e dalla società, ecc. Il privato sta travolgendo la sfera pubblica la quale, essendo in crisi, cede terreno. L’occidente oggi vive l’epoca del disincanto (Weber), vive il disagio della modernità (Taylor), vive la crisi dei grandi racconti (Lyotard) e delle utopie. Ecco: dove la grande cultura e il lascito della tradizione sono in crisi prevale il caso puntuale, singolare. Oggi l’eccezione domina sulla regola. Siamo in un perenne stato di eccezione (Agamben). Il particolare vince sul generale. Qui le acque tra pubblico e privato si confondono: le strutture giuridiche e politico-istituzionali proprie della modernità, svuotandosi, fanno appello diretto al consenso popolare; la costituzione materiale appare più significativa di quella astratta e giuridica; le motivazioni delle sentenze giurisprudenziali si rivolgono direttamente al senso comune etico, alla sensibilità estetica, all’ethos condiviso; l’esercizio del potere (politico in senso lato) si disloca dai luoghi canonici al sociale, all’economico, al religioso, all’associazionismo privato, in quell’intreccio di fonti normative che si usa chiamare governance. Per fare un esempio: casi privati come il “caso Englaro” diventano pubblici e soggetti alla critica dell’opinione pubblica. La tecnica oggi pone degli interrogativi nuovi, tanto alla società, quanto ai filosofi, ai teologi e ai giudici.
Come possiamo concludere questo quadro ci ha offerto sulla postmodernità?
È fondamentale cogliere la postmodernità come sfida stimolante. “Crisi” in greco non ha un’accezione di per sé negativa. Quello che manca oggi è ciò che mi piace definire come la “grammatica dell’umano”. Viviamo in un’epoca sgrammaticata in cui le vecchie regole non valgono più. E, tornando a quanto dicevo prima, l’eccezione domina sulla regola. E non si vede all’orizzonte ancora una nuova grammatica soddisfacente. Siamo sospesi tra il già e il non-ancora della storia della cultura e delle istituzioni, nel senso più ampio possibile. Ecco che il postmoderno condensa su di sé il fascino dell’arcano e dell’ancora impensato. Vorrei concludere citando un verso di un poeta che amo molto, Hölderlin: Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch [lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva].
















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