LECCE - Il regista Roland Sejko ha presentato in questi giorni, per la rassegna "cinema e realtà" del Festival del Cinema Europeo, il suo film Anija - La nave. Abbiamo preso un caffè con lui parlando dei sogni e delle aspirazioni di generazioni di giovani albanesi che negli anni '90 hanno deciso di (o sono stati costretti a) intraprendere il viaggio per mare che li ha condotti in Italia, in fuga verso la libertà.
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Il tuo film è uno dei pochi esempi di film documentario sull’esodo degli albanesi dalla propria patria che, oltre che parlare del ‘come’ è avvenuto, parla soprattutto di quello che è avvenuto prima, quindi dei ‘perché’. Cosa ha spinto i giovani albanesi a migrare verso l’Italia?
Il ‘come' è il 'perché’. Una parte delle ragioni dell’esodo risiede anche nella procedura, nella spiegazione di quello che è successo. Molti si sono dimenticati, in Italia, che i primi sbarchi dall’Albania nel ’91 non erano sbarchi migratori, ma erano una fuga da uno dei paesi comunisti più feroci dell’est, che stava qui di fronte e di cui l’Italia aveva perso conoscenza. È strana questa mancanza di interesse da parte dell’Italia, non si può giustificare semplicemente con la chiusura del regime comunista. Come ha detto uno scrittore albanese, si parlava di Israele, di Palestina, ma non si parlava di una realtà problematica così vicina. A una vicinanza geografica si aggiunge poi una vicinanza storica: Italia e Albania sono due Paesi che fino al 1945 erano addirittura sotto un unico regno, e lo sono stati per 4 anni. Anni, tra l'altro, continuazione di una storia comune che era durata anche alcuni secoli. All’improvviso con gli anni del comunismo, per ragioni ideologiche per la chiusura dei blocchi dell’est dell’Occidente, l’Albania per gli italiani ha perso ogni interesse, e gli italiani l’hanno perso per l’Albania. Qui si tratta quindi di non conoscenza del fenomeno, e credevo fosse importante raccontare a chi forse non ne aveva nemmeno un ricordo che la fuga dall’Albania era la fuga da un Paese che stava alle porte del Mediterraneo e in cui vigeva un regime comunista fortissimo, isolato e chiuso. Si fuggiva verso l’Italia per fuggire da un regime comunista. Dal crollo di quest'ultimo, poi, si è avuta la fuga vera e propria dall’Albania, un’azione che prima era condannata addirittura con la morte. Ed è da questo racconto che parte la narrazione del documentario che, mano a mano, racconta anche le altre fughe degli anni ’90.
Hai detto che “l’Italia, di fatto, non si interessava all’Albania, pur essendo una realtà vicina”. Parliamo di questo tipo di corrispondenza, qual era l’immagine che dell’Italia si aveva in Albania? E qual era l’immagine che i giovani albanesi, soprattutto, avevano dell’Italia?
Un’immagine non corrispondente alla realtà, perché mancavano anche lì gli strumenti per conoscerla. Per conoscere l’italia si poteva utilizzare solo la televisione, per quanto la si potesse guardare, visto che era comunque proibito seguire la TV italiana. C’era un’immagine diversa rispetto a quella reale dal Paese: l’Italia era naturalmente un Paese ambito dagli albanesi rispetto all’Albania dell’epoca, una specie di "terra della libertà". Amelio, nel suo film Lamerica, usa l’America come simbolo di libertà a indicare come quello che l’America rappresentava per gli italiani all'inizio del '900, l’Italia ha rappresentato per gli albanesi negli anni '90 del secolo scorso.
E’ l’immagine di libertà non legata solo all’Italia, ma all’Occidente in generale. Gli albanesi ambivano all’Occidente e l’Italia era il Paese occidentale più vicino a loro. E non si tratta solo di geopolitica.
A distanza di più di vent’anni, qual è adesso la condizione di quel "popolo del mare"? Quel popolo che ha deciso o, per meglio dire, che è stato costretto ad affidare le proprie speranze ad un viaggio e ad una nave?
I tempi sono cambiati moltissimo. Ad esempio, pochi sanno che da tre anni gli albanesi possono muoversi in Europa senza visto; dunque sono liberi di venire in Italia a fare i turisti, o quello che vogliono. Da quando c’è stata questa libertà per gli albanesi non c’è stato nessun esodo. Quel bisogno naturale di muoversi e di cercare libertà, di cercare una vita migliore, si è stabilizzato, e adesso per gli albanesi anche il proprio Paese rappresenta il posto dove costruire il loro futuro.
















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