NARDO' - A un anno della sua prematura scomparsa, spicca la sua lezione di vita. Per tutti noi.
E’ trascorso un lungo anno dalla prematura scomparsa di Maria Grazia Anglano, poetessa e artista visiva, ben conosciuta e apprezzata nel panorama artistico. Un destino avverso , strappata alla sua giovane età, alla speranza che mai veniva meno e ancor più ai progetti di vita e professionali, ora in forma autonoma, altre volte in naturale “commistione” con il compagno di vita, il docente e artista Giuseppe Lisi, in un sodalizio esaltante e ricco, considerando tutti i traguardi conseguiti.
La sua robusta formazione artistica, mai ostentata e sempre alimentata con impegno, nonostante la sofferenza fisica, sovrasta comunque quel limite che talvolta ha fiaccato e mai domato Maria Grazia, particolarmente nell’ultimo periodo della sua vita. E, pertanto, non ci risulta difficile richiamarla, essendo stata lei stessa a favorire questa sua conoscenza, in forma naturale, mai nascondendosi, aprendo sempre il suo animo. Anche quando (ma era soltanto apparenza) indotta a quella timidezza che emana soltanto sentimento e che, benevolmente, si è portati ad indagare.
In tutte queste situazioni emergeva l’artista, la poetessa, la persona che vive in un clima ricco di stimoli culturali, il suo vero nutrimento. In soccorso ci vengono i suoi versi, le tante opere realizzate, ma conoscendo la sua sobrietà, forse disdegnerebbe che si parlasse tanto di lei, delle soddisfazioni avute, degli importanti riconoscimenti che, lungi dall’adagiarsi, la spingevano a obiettivi sempre più alti, certo difficili, forse anche irraggiungibili. Frutto del suo travaglio interiore, solo scalfito dalla malattia, che veniva serenamente accolta, talvolta sfidata , facendole capire che non doveva prendersi gioco di lei. E comunque, come si dice, era sempre una bella lotta, dove spicca la sua determinazione: mentre lei andava dritto per la sua strada, altri avrebbero cincischiato di fronte alle prime difficoltà; mentre lei avanzava altri si sarebbero prontamente arresi.
Ti ho dimenticato dolore/ ti ho messo come un ricordo/ su un trespolo a bella vista/ e ti ho guardato/ così da conoscerti meglio/ perciò evitarti/ Vedi è così il dolore/ Impara – mi dicevo/…(segue)
In questa lotta, che altri avrebbero detto impari, lei aveva acquisito tutte le difese necessarie, grazie anche alla sua forte personalità, mancandole certo la forza di scansare l’inganno che l’aveva fiaccata. Non sembri irriverente e astruso il raffronto, ma nella vita di Maria Grazia, soprattutto negli ultimi anni, è come se per un istante fosse affiorata l’eco di tante esperienze vissute, sia nel mondo artistico, sia nella vita di ciascuno di noi, come per l’esempio offertoci dalla tribolata vita della grande artista messicana Frida Kahlo, anch’essa, diventata tale nella sublimazione di tanta sofferenza e dolore. Cosa tutto questo significa? Che l’artista, nonostante tutto, tocca corde sentimentali che solo per pigrizia noi non ascoltiamo, fa vibrare sensazioni che, sempre per dabbenaggine, non riusciamo a cogliere. Eppure, tutte erano a portata di mano. Che cos’è questa, se non insipienza, tale da meritarci un muto rimprovero?
Ce ne accorgiamo quando scopriamo che è forte il rammarico per la nostra disattenzione, quando capiamo che l’essersi distratti ci ha portato ad allontanarci da quella fonte. Per fortuna, un tempo limitato, per poi ristabilire la sintonia delle voci: la sua con tutte quelle che amorevolmente la circondavano. Racchiuse in un epitaffio-testamento che, prima di essere letterario, scandisce il corso della sua vita e generosamente ce lo consegna a imperitura memoria. Tanto nella poesia “Come Tralcio” (da Parola Gomena, come per i precedenti versi (un e-Book di Maria Grazia Anglano, pubblicato da Aletti):
Sono morta ogni giorno un po’/ un po’ per ogni giorno/ Poi a sera rinascevo/ con mani colme d’amore/ per ritornare un po’ a morire/ Finchè non chiesi alla terra di prendere/ il seme della vita/ Implorai così forte il cielo/ che si ruppe a metà/ dal suo crepaccio una luce/ pianse acqua su di me/ L’arsura di vita era tanta che non potetti bere/ come avrei desiderato/ La vita piano nasceva/ come pianta, come tralcio/ nuovamente in me/
Luigi Nanni
















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