NARDO' - Andare oltre i sacerdoti ultrà. Arriva in soccorso la bella lettera dell'esperto in Scienze religiose.
Carissima redazione di Porta di Mare,
navigando in rete mi è capitato davanti un vostro articolo (QUESTO) che, per articolare una critica all’operato di un esponente del mondo politico neretino, sfoggiava pseudocompetenze teologiche sul tempo quaresimale e la sua specifica spiritualità, gridando al silenzio di alcuni esponenti del clero locale riguardante un fatto di cronaca cittadina e, precisamente, riguardo l’organizzazione della festa del Carnevale che a vostro dire sarebbe contraria allo spirito della Quaresima, indicando in ciò un chiaro e diseducativo esempio di relativismo religioso e, in poche parole, gridando allo scandalo tra “rivoluzione e confusione”.
Dal momento che non amo gli approcci stentati alle realtà più diverse e che non condivido la tuttologia in nessuna sua forma (specialmente quando si sfiora la grossolanità e la banalità nell’affrontare le materie che non si conoscono minimamente) sento il dovere di rettificare alcune cose indicate con un po' troppa leggerezza in questo vostro lavoro.
Il rischio, non blando, è che questo articolo rischi di offrire solo e semplicemente chiacchiere in materia religiosa ai lettori, come indicato nel sottotitolo del vostro contributo; questo perché nelle tradizioni popolari pugliesi è sì vero che il Carnevale cessa con l’inizio del tempo quaresimale che ha sempre inizio con il Mercoledì delle Ceneri ma nulla ha mai vietato che il sabato successivo alle suddette Ceneri si tenga da lunghissimo tempo la festa della Pentolaccia, appendice del tempo carnevalesco, che è una sorta di ultimo invito dato ai bambini per porre termine ai peccati di gola in vista del tempo di penitenza e digiuno che è ormai iniziato e che entra sempre più nel vivo; dunque nulla di scandaloso o anomalo per la realtà neretina festeggiare l’ultimo “respiro” carnevalesco nel primo sabato di quaresima, come si fa da lunghissima tradizione in molti posti, e assolutamente nessuna condanna da parte della Chiesa in tal senso.
Ad avallare questa concezione positiva del periodo carnevalesco viene incontro anche uno scritto di un autorevolissimo teologo che credo proprio voi conosciate, ovvero Benedetto XVI (al secolo Joseph Ratzinger) che in suo scritto dal titolo “Cercate le cose di lassù”, edito dalle Edizioni Paoline nel 2005, sul Carnevale scriveva parole cariche di sensibilità e tatto cristiano, specificando che: “Il carnevale non è certo una festa religiosa. Tuttavia non è concepibile senza il calendario delle festività liturgiche. Perciò una riflessione sulla sua origine e sul suo significato può essere utile anche per capire la fede. Le radici del carnevale sono molteplici: ebree, pagane, cristiane, e ci rimandano ad aspetti comuni dell’uomo di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Nel calendario delle festività ebraiche al carnevale corrisponde grosso modo la festa dei Purim, che ricorda la salvezza di Israele dall’incombente persecuzione degli ebrei nel regno di Persia, salvezza conseguita, secondo il racconto biblico, dalla regina Ester. La gioia scatenata con cui la festa viene celebrata vuol essere espressione del senso di liberazione che, in questo giorno, non è solo memoria, ma promessa: chi è nelle mani del Dio di Israele, è libero in partenza dalle insidie dei suoi nemici. Al tempo stesso, dietro questa festa scatenata e profana, che aveva e ha tuttavia il suo posto nel calendario religioso, c’è quella conoscenza del ritmo del tempo, validamente espressa nel libro di Qoèlet.
“Tutto ha la sua ora e c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole: un tempo per la nascita e un tempo per la morte, un tempo per piantare e un tempo per cogliere ciò che si è piantato…un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per lamentarsi e un tempo per ballare” (Qo 3,1ss.). Ogni momento non è il momento giusto per ogni cosa: l’uomo ha bisogno di un ritmo, e l’anno gli dà questo ritmo, nel creato e nella storia che la fede presenta nel corso dell’anno. Siamo così giunti all’anno liturgico, che fa percorrere all’uomo l’intera storia della salvezza nel ritmo del creato, ordinando e purificando così il caos e la molteplicità del nostro essere. In questo ciclo di creazione e storia non è tralasciato nessun aspetto umano, e solo così viene salvato tutto ciò che è umano, i lati oscuri come quelli luminosi, la sensorialità come la spiritualità. Tutto riceve il proprio posto nell’insieme che gli dà un senso e lo libera dall’isolamento. Perciò è sciocco voler prolungare il carnevale come vorrebbero affari e scadenzari: questo tempo arbitrario diventa noia, perché in esso l’uomo diviene soltanto creatore di se stesso, è lasciato solo e si trova davvero abbandonato. Il tempo non è più il molteplice dono del creato e della storia, ma il mostro che divora se stesso, l’ingranaggio vuoto dell’eternamente uguale, che ci fa girare in un cerchio insensato e che distrugge infine anche noi. Ma torniamo alle radici del carnevale.
Accanto ai precedenti ebraici ci sono quelli pagani, il cui volto truce e minaccioso ci fissa ancora dalle maschere dei paesi alpini e svevo-germanici. Qui si celebravano i riti della cacciata dell’inverno, dell’esorcismo delle potenze demoniache: nel mutare del tempo si avvertiva la minaccia del mondo, la nuova creazione della terra e della sua fertilità doveva essere protetta contro il nulla a cui si avvicinava il mondo nel sonno dell’inverno. A questo punto possiamo notare qualcosa di molto significativo: la maschera demoniaca si trasforma, nel mondo cristiano, in una divertente mascherata; la lotta pericolosissima con i demoni si cambia in gaudio prima della gravità della Quaresima. In questa mascherata avviene ciò che riscontriamo spesso nei salmi e nei profeti: essa diviene scherno di quegli dei che chi conosce il vero Dio non deve più temere. Le maschere degli dei sono divenute uno spettacolo divertente, esprimono la gioia sfrenata di coloro che possono trovare motivi di comicità in ciò che prima faceva paura. In questo senso è presente nel carnevale la liberazione cristiana, la libertà dell’unico Dio, che rende perfetta quella libertà ricordata dalla festa ebraica dei Purim.
Si pone però un interrogativo: possediamo ancora questa libertà? Non è che ci siamo voluti liberare anche di Dio stesso, del creato e della fede, per essere completamente liberi? E la conseguenza non è forse che siamo di nuovo in balìa degli dei, delle potenze del denaro, dell’avidità, dell’opinione pubblica? Dio non è il nemico della nostra libertà, ma il suo fondamento; è questo che dovremmo imparare di nuovo oggi. Solo l’amore che è onnipotente può essere il fondamento di una gioia senza paura.”
Detto in parole povere: non c’è nulla di sbagliato nel vivere un ultimo momento di festa che sia di cesura con la prima domenica di Quaresima ormai alle porte, con un tempo che non è “il complesso cammino di penitenza che ogni fedele intraprende per essere assolto dai propri peccati”, di mestizia o tristezza come una certa pseudo spiritualità posticcia vorrebbe far credere ma tempo di riflessione, introspezione, preparazione feconda all’esplosione della gioia pasquale che conosce la sua fonte e il suo culmine nell’evento festoso e vivo della Risurrezione di Cristo.
D’altra parte è errata la tendenza che si percepisce nel vostro articolo sulla spiritualità della Quaresima: compito peculiare di questo tempo forte è preparare i cuori alla gioia del sempre rinnovato incontro con il Risorto che vive e opera nella sua Chiesa ed è testimoniato vivo e operante dai suoi testimoni, i cristiani appunto, che vivono questo tempo con impegno totale non in uno spirito da moribondi ma da portatori del lieto annuncio per eccellenza, ovvero la notizia che Cristo è veramente risorto. Il Cristianesimo non si ferma al Venerdì Santo ma comprende in pienezza il senso della morte del Signore nella pienezza della luce del mattino di Pasqua e nella sua gioia incontenibile.
In tempi in cui il mondo dei media ha sempre più il compito e la responsabilità di in-formare, dare forma, alla verità e renderla comprensibile a tutti senza manovrarla e (a riguardo occorrerebbe leggere attentamente il preciso e chirurgico Messaggio per la Giornata Mondiale della Comunicazioni di Papa Francesco dal titolo esemplare « La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace», è una necessità inderogabile e renderebbe giustizia anche all’importanza del dibattito tra le parti (qualunque esse siano) e alla sua dialettica, in un’ottica di rispetto delle parti, senza generare inutili e infeconde scaramucce.
Un caro saluto, Giovanni Francesco Piccinno
Dottore in Scienze Religiose
Dottore in Filosofia
















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