NARDÒ - Dietro l’angolo ci sono le elezioni. Queste sono politiche, alquanto estranee alle problematiche della sanità, di competenza precipua delle Regioni e, per noi, della Regione Puglia.
Prescindendo -e non proprio- dal fatto che ci sono liste con ex regionali in bella presenza e, addirittura, a capo, i cittadini di Nardò, se hanno a cuore le vicende della città e vogliono veramente l’Ospedale, perché non chiedono la sottoscrizione di un «Patto», che potrebbe passare alla piccola storia cittadina come il nazionale «Patto Gentiloni» un anno in più di cento anni fa?
Pur correndo il rischio che qualcuno dica che saccente io sono, mi permetto di ricordare che questo fu stipulato nel 1912 tra Giolitti e un nobile cattolico, Gentiloni, a nome e per conto dei cattolici, con il beneplacito della Santa Sede: i cattolici avrebbero sostenuto i candidati giolittiani in cambio del rispetto di alcune libertà e dell’indissolubilità del matrimonio.
I neritini -per ritornare a noi- dovrebbero proporre il «Patto Sambiasi»: Sambiasi, che consegnò dei lasciti per un «hospitale», può essere paragonato al conte Gentiloni, in quanto anch’egli nobile cattolico. E così come non compariva la Curia papale, pure molto interessata, nel «Patto Gentiloni», in questo novello «patto» paesano non faccio comparire la denominazione «San Giuseppe», anche se la locale Curia vescovile è ampiamente interessata per il suo «hospitale», fuso con il primo nel 1937 e, una volta, fuso, -come la storia documenta- difeso, ampliato e qualificato anche con il contributo dei vari vescovi succedutisi. La Curia vescovile locale, d’altra parte, è stata rappresentata dal vescovo Caliandro in una delle tante marce, purtroppo appariscenti e innocue, tenuto conto che il patrimonio va salvaguardato e difeso in contatti umani di spessore e istituzionali di credibilità, meno ufficiali e più ufficiosi, nei tempi e nei modi opportuni.
Ed allora in cosa consisterebbe il nostrano «Patto Sambiasi»?
I neritini si impegnano a votare solo quei candidati ai primi posti di ogni lista, che sottoscrivono pubblicamente il «Patto», in cui è scritto in modo chiaro e categorico che «si impegnano ad assumere tutte le iniziative parlamentari per riportare a Nardò l’Ospedale e riconsegnarlo al territorio così vasto e così variegato, di cui fruiva da secoli e di cui, strutturato in ospedale “moderno” sin dal 1881 con reparti di medicina e di chirurgia, è diventato negli anni struttura di punta sanitaria».
Non è un voto di scambio, ma un patto in base al quale si restituisce il maltolto tra schiamazzi di promesse -per un vero voto di scambio!-; tra inciuci di irresponsabilità -per favorire altri territori, tra l’altro lontani da noi!-; e tra omertosi silenzi -per apparire innocenti ed uscire, dopo il voto, spudoratamente dalle proprie botteghe a chieder voti!-.
Questo sarebbe una prova alla vigilia degli esami di vera maturità nel grande appuntamento/esame delle Regionali!
Ma sapranno i nostri eroi neritini compiere tali gesta? Saranno capaci di ribellarsi per amore della propria terra?
O saranno ardimentosi e coraggiosi a correre a frotte per questo o per quel candidato in ordine imposto nelle varie liste, conservando sol il pudore di non chiedere nulla per il bene comune?
I capi locali, nuovi e vecchi, vorranno guidare i propri adepti in questa battaglia di recupero della refurtiva, svenduta sulla bancarella del clientelismo e del “parolaismo”?
O, affaccendati in altre faccende, faranno finta di dimenticarsi per poi ricordarsi dell’Ospedale… solo dopo aver consegnato il malloppo di voti ai propri beniamini?
I capi locali, in attesa del grande appuntamento delle Regionali, sapranno preparare talk force per scuotere le coscienze di neritini sia ad uscire dall’apparire a favore dell’Ospedale soltanto con la partecipazione a manifestazioni -a dir poco non molti!- o a diatribe da bar, trivi e quadrivi; sia a caricarsi di determinazione nel non votare o a votare, di comune accordo, chi si impegna da subito a rivedere il nefasto e disorganico riassetto ospedaliero regionale?
Di certo, trafugati, i neritini non sono nemmeno capaci di serrare i portoni della città…più accorte le suore di S. Chiara, perché -come si racconta a mo’ di dittèro- che solo dopo essere state derubate misero al monastero le porte di ferro.
I neritini sono accoglienti e continueranno non solo non a serrare ma, addirittura, ad aprire i portoni a chi avanza con squilli di tromba -per continuare a razziare il bene comune!- e a chi si presenta con suono di campane -per cantare il requiem all’intera città!-.
Mario Mennonna
















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