NARDO' - Caro direttore, questo è il sogno di un pomeriggio di quasi autunno. Loro sono morti, purtroppo, ma i loro ideali sono ancora vivi così come è vivo, ma non per tutti, il rispetto per i simboli e per le Istituzioni.
Le interviste, in parte, visionarie ad alcuni Sindaci che hanno governato in passato, e di recente, la città di Nardò.
Il nostro non è un periodo storico favorevole, neanche a prenderci il lusso di fare confronti con il recente passato. Però sognare sì.
Quello di essere visionari è un esercizio che non può negarci nessuno.
Dunque, qualche sera fa ero tra sonno e veglia (quel sognare ad occhi aperti durante la veglia, come un sogno che ti sembra lucido, uno stato mentale ibrido) e poiché le ultime cose che hai visto e letto, prima di addormentarti, te le rimugini a volte anche in modo ossessivo.
Rivedevo la sceneggiata di quel sindaco che si era presentato con cilindro, divisa, da chef e fascia tricolore per il taglio del nastro ad un centro cottura.
Quando all’improvviso mi sono ritrovato in una stanza piena zeppa di libri, una biblioteca. C’erano alcuni quadri che raffiguravano personalità del mondo politico, e figure di Papi. Arredi stile anni ’50, e un odore misto di vaniglia legnoso, difficile da sentire nelle biblioteche moderne.
Al centro del salone un grande tavolo di legno massello, dalla forma rettangolare. Sedevo ad un capo della tavola, e attorno a me alcune persone che conoscevo, e altri meno conosciuti.
Sulla mia destra c’era un signore anziano, capelli grigi, faccia oblunga, indossava un completo di colore chiaro. Affianco a lui un altro gentiluomo, con cravatta rossa e ben pettinato che mi guardava e sorrideva. Tre di loro ero cosciente fossero passati a miglior vita, ma questo non mi ha sorpreso affatto. Gli altri due li conoscevo, erano quelli con cui avevo più confidenza.
Non ci ho messo molto a realizzare che avevano tutti ricoperto la carica di sindaco di Nardò. Chi subito dopo la seconda guerra mondiale, chi di recente.
Quale miglior occasione per rivolgere loro alcune domande,
Tutti voi siete stati sindaci di Nardò, chi negli anni Sessanta, durante il boom economico o anche prima nel dopoguerra, durante gli anni Settanta, gli anni di piombo.
Qualcuno di Voi si è mai sognato di travestirsi da cuoco, da muratore, farsi fotografare su una ruspa e in quelle occasioni indossare, con nonchalance, la fascia tricolore?
Sembravano, specie gli anziani, smarriti. Molto meno, con risolini a mezza bocca, chi quella carica di primo cittadino l’aveva ricoperta in anni recenti e sapeva delle vicende attuali della nostra cittadina.
Ha iniziato a frasi coraggio, e parlare quello più anziano: “guardate io non so cosa sta accadendo nella nostra città, anche perché le notizie che giungono fin lassù da noi sono scarse, perché qualcuno, a giusta ragione, le filtra. E forse fa bene, lo fa per le nostre anime, non vuole eccessi di collera da parte nostra. Non ne vale la pena. Comunque ai miei tempi fare il sindaco e indossare la fascia tricolore lo si faceva con orgoglio. Ed io l’ho sempre fatto. E tenevo presente, così come mi avevano insegnato da giovanissimo nelle nostre scuole di partito e anche durante la Resistenza, che quello non è solo un nastro. È un simbolo di unità, di responsabilità, di servizio”.
Un altro signore, anch’egli canuto, con garbo ed educazione, ha fatto cenno con l’indice della mano destra di poter completare il pensiero,
“Ogni volta se ne sentiva il peso e anche l’onore. Rappresentare la propria comunità significava rispettarla, con impegno e dignità”.
E poi ha accennato ad una sindaca: “le notizie a volte filtrano anche da noi, e tempo addietro in merito ad una sindaca che aveva rifiutato di indossare la fascia, questo gesto mi ha profondamente colpito e turbato”. E mentre lo diceva sembrava, sinceramente, commosso.
Un altro ex sindaco, che ha amministrato di recente, ha voluto ribadire: “La fascia tricolore non è un accessorio. Non appartiene a chi la indossa, ma ai cittadini. Il tricolore è la nostra identità. Indossarlo da Sindaco è un onore che impegna”. Ed ha aggiunto, rivolgendosi a me: “non so se risulta al vero, si racconta anche tra di noi, che l’attuale sindaco diserti le celebrazioni del 25 Aprile”? Ho solo annuito, sconsolato, il capo.
Quell’altro, che era alla mia sinistra, ha voluto sottolineare: “noi uscivamo dalla guerra, avevamo subito ingiurie, minacce e siamo stati imprigionati nelle galere fasciste, per i nostri ideali di libertà e democrazia. Quando abbiamo riconquistato i diritti, e riaffermato i valori della nostra Repubblica, per noi portare quella fascia tricolore non è stato solo un simbolo. È stata una enorme responsabilità verso ogni cittadino, un richiamo costante ai valori di unità, democrazia e servizio”.
Quello di mezza età ha domandato se poteva sintetizzare così: “posso dire, e credo, spero, valga per tutti qui i presenti, che quel simbolo è memoria della nostra storia, delle sfide superate, dei diritti conquistati insieme?”.
“Probabilmente, se si riflette, leggendo le notizie di qualche collega che riveste il ruolo di sindaco, non ha la stessa sensibilità?”
“Io ogni volta che l’ho indossata, ho sentito il peso e l’orgoglio della fiducia che la mia comunità riponeva in me. E rinnovavo il mio impegno, quello di lavorare ogni giorno con dignità, rispetto e dedizione, nell’interesse di tutti i cittadini”.
Dopo queste parole mi sono svegliato, e ritornato alla nostra drammatica realtà. Per qualche minuto ho avuto, anche se in modo illusorio, il privilegio di sedere accanto a delle personalità politiche che hanno praticato la più alta attività umana, e ho ascoltato i loro saggi insegnamenti. Principi base di democrazia che oggi dovrebbero essere presi ad esempio da tutti.
Sono riuscito ad intervistare, in modo visionario, alcuni sindaci di Nardò.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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