GALATONE - La celebrazione a Galatone per il Santissimo Crocifisso è una di quelle tradizioni locali che i galatonesi ogni anno attendono in modo particolare.

"Far giustizia" divina, significa rimettere ordine dove la giustizia umana ha fallito.
La celebrazione a Galatone per il Santissimo Crocifisso è una di quelle tradizioni locali che i galatonesi ogni anno attendono in modo particolare.
Per chi ama le storie del Salento, non può mancare ai festeggiamenti in onore del Santissimo Crocifisso che hanno luogo proprio a Galatone nei primi giorni del mese di maggio.
È una festa religiosa, il cui culto è legato all’antico legno del Crocifisso conservato nel santuario del SS. Crocifisso della pietà.
Però purtroppo questo è ciò che la popolazione vede esteriormente, ignorando altre cose che hanno un’estrema importanza:
ad esempio perché all’asta che viene realizzata la sera del 2 maggio, per aggiudicarsi chi deve portare a spalla la statua del Crocifisso, partecipano solo gruppi di uomini, e mai le donne?
Esattamente tre mesi fa, una ragazza che chiameremo Paola, con un nome di fantasia per non esporla ed eventuali rappresaglie, morali e fisiche, portò all’attenzione dell’opinione pubblica questo interrogativo: per quale motivo le donne di Galatone non possono gareggiare ed aggiudicarsi il tanto ambito “premio”, quello di prendere sulle spalle la statua del Santissimo?
Paola negli ultimi giorni, prima della preparazione della processione del 2 maggio, insieme con un gruppo di altre donne, ha interpellato alcuni “signori maschi”, in giro per il paese. Maschi machi, evidenziamo, che da decenni si sfidano, con altri sempre rigorosamente maschi, e afferrano “quei bastoni” (a volte i nomi delle cose possono essere, esattamente, affiancati a chi li usa) del busto che sorregge il santo.
La domanda di Paola, e delle ragazze, è stata precisamente questa, “perché noi donne non possiamo rompere una cattiva, e prepotente, tradizione maschilista, partecipando alla competizione?"
Paola prosegue:
“Il 25 gennaio 2026 ho fatto una richiesta pubblica semplice ma, a quanto pare, ancora scomoda: dare spazio anche alle donne nel portare la statua del Santissimo Crocifisso. Non per cambiare o stravolgere la tradizione, ma per affiancarla. La squadra dei sei uomini sarebbe rimasta, e accanto a loro ci sarebbe stato un nuovo spazio dedicato a noi donne.
Con grande sorpresa – e lo dico con sincera gratitudine – la mia proposta è stata accolta dalla Curia, dai sacerdoti e dal comitato festa, che si sono impegnati concretamente per renderla possibile, modificando la struttura e creando quattro nuove postazioni. Un segnale importante, reale, di apertura. La mia richiesta prevedeva anche rispetto per la tradizione dell’asta di beneficenza: le donne non avrebbero partecipato alla gara, ma contribuito con un’offerta personale, in modo discreto. Un equilibrio tra innovazione e rispetto".
Eppure, alla fine, tutto si è fermato. Non per mancanza di fede. Non per problemi organizzativi. Ma per una logica vecchia, che purtroppo conosciamo bene: quella del potere.
C’è stato chi ha dichiarato apertamente che, in presenza “DELLE FEMMINE”, non avrebbe partecipato. E questo è bastato a bloccare tutto.
Nel 2026 questo è inaccettabile. Viviamo in un tempo in cui siamo arrivati a conoscere persino l’altra faccia della luna, spingendoci oltre limiti che sembravano impossibili, e in quei traguardi c’erano anche donne, parte attiva di quei team. Eppure, nella vita quotidiana, c’è ancora chi si ferma davanti alla semplice presenza femminile.
Non è solo delusione, è qualcosa di più profondo: è la presa di coscienza che esiste ancora una mentalità che esclude, che divide, che misura la devozione con i pregiudizi e non con il cuore.
VERGOGNATEVI. Ho aspettato che la festa passasse, per rispetto, verso chi ha lavorato con impegno e buona volontà affinché questo cambiamento potesse avvenire. Ma il silenzio, a un certo punto, diventa complicità. E io non voglio essere complice.
Questa non è una battaglia contro qualcuno. È una presa di posizione per qualcosa: per una comunità più giusta, più aperta, più coerente con i valori che dice di rappresentare.
Le tradizioni non si distruggono dando spazio. Si rafforzano.
Quello che è successo è, per me, davvero grave. Non può essere ridotto a una semplice “scelta” o a una dinamica organizzativa: è il segno di un problema più profondo che non possiamo più ignorare. La scelta di partecipare alla processione con una fiaccola in mano, (da parte delle signore e delle ragazze del gruppo di Paola N.d.R.), ha rappresentato la forte devozione che ci lega al santissimo e quella luce, in qualche modo, la speranza che tutto prima o poi cambierà.
Ma nello stesso tempo, è stato un chiaro messaggio a chi in qualche modo si è posto delle domande sulla nostra presenza. A testa alta, con rispetto, ma senza più tacere: è tempo di cambiare”.
Comunque sia, la battaglia di Paola, e delle altre ragazze, un primo risultato l’ha sortito:
la sera del 2 maggio, con un’offerta più alta che proveniva da un gruppo di persone (una donazione forse per i soliti noti inattesa?) che guarda caso non erano contrari alle “donne agguerrite”, quest’anno sono riusciti a spezzare, per la prima volta, un decennale predominio e si sono aggiudicati nel prendere a spalla la statua del crocifisso.
Giustizia divina oppure, come dice Dante Alighieri, giustizia come specchio dell'ordine divino?
Noi sappiamo che dopo la battaglia, giusta e sacrosanta, di queste donne, il "far giustizia" divina ha significato rimettere ordine dove la giustizia umana ha fallito!















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