TUTTI A PIEDI! IN MANO IL COSTUME E ASCIUGAMANO A SPALLA
Come negli anni ’50. La via autarchica delle nostre vacanze al mare (si spera, free covid)
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Se intervengo nell’agone politico è perché – come ho solennemente promesso - ho qualcosa di concreto da dirvi, anche se stavolta un po’ defilato, non concentratissimo su candidati-sindaco e denunce varie, quanto sui lavori del lungomare Santa Caterina-Santa Maria al Bagno, un restyling importante, anche al fine di mettere in sicurezza il muro di contenimento travolto dalle mareggiate. E lo faccio dopo altri autorevoli commenti sull’opera che convergono tutti, una volta ultimata, sulla pressoché totale mancanza di parcheggi. Persino di quelli sinora utilizzati.
Per la verità, parcheggi in alcuni casi nemmeno a norma, in mancanza di un vero piano (quelli a lato della strada, senza marciapiede, vietati dal Codice della Strada) e, comunque, sinora giustamente tollerati. Dalle prossime settimane (con l’invocata tregua della pandemia), non se ne disporrà e in tanti si chiedono come fare. In un mondo ideale andremmo tutti a piedi, come cinquant’anni fa, in pieno dopoguerra. In mano il costume e asciugamano a spalla.
Ma il progresso avanza.
E’ poi successo che le continue lamentele abbiano prodotto un botta e risposta seppure informale da parte dell’amministrazione: l’annuncio di cinquecento posti-auto in area di prossimità e nome dei progettisti. Anche qui qualcosa di poco chiaro. Non risulta la contestualità di tale comunicazione. Vale a dire, si sono accorti della cosa solo a seguito delle lamentele? Ma, permettetemi, di entrare nel merito di tale opera. Per il lungomare Santa Caterina-Santa Maria al Bagno, per le nostre due belle località, ma alla fine anche per le nostre due chìccare (tazza da caffè) nel senso delle limitate dimensioni, da sempre frequentatissime, la pista ciclabile (cosa che ha “tagliato” i parcheggi) risulta chiaramente sbagliata, di troppo.
Si rischia il moto perpetuo delle due carreggiate invase di auto in cerca di qualche sparuto parcheggio e i villeggianti che dovranno turarsi il naso per non respirare i gas di scarico. Questo sarà il risultato, ammenochè non si decida per il senso unico (da Santa Caterina a Santa Maria al Bagno o viceversa) e a quel punto forse si tornerebbe ai vecchi parcheggi. Ma non oso nemmeno pensarlo, chissà quanti contenziosi si scatenerebbero.
Insomma, come si dice, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca e a questo punto si dovrà correre ai ripari per un’operazione-parcheggi davvero complicata, nel senso che non sarà facile trovarli e fornire una buona logistica. L’evidente errore si poteva però evitare.
Sarebbe bastato dare ascolto e confrontarsi, anche perché sin dalla “prima pietra” si era capito che i parcheggi sparivano. Il ragionamento, poi, che la pista ciclabile “si doveva fare”, perché finanziata o cose del genere, non regge se il risultato è poi quello di aver peggiorato la situazione. Ma perché, poi, non si guarda in giro, alla stessa Gallipoli che nella parte sud ha un larghissimo lungomare che fa passeggiare migliaia di turisti ma che, per questo, non le è poi venuto in mente di realizzare un’analoga pista?
Ma c’è dell’altro. Con tutto il rispetto delle competenze (certe opere pubbliche, però, dovrebbero essere meglio partecipate, coinvolgendo Università, associazioni culturali, ambientaliste e, per affinità, della stessa categoria di tecnici che “quel” lavoro dovranno poi realizzare), non di rado si perviene a risultati inferiori all’attesa. Gli esempi non mancano e la cosa mi fa tornare al chiodo fisso del “circuito” di Portoselvaggio, una sorta di Nurburgring tedesco o Le Mans francese, dove sono state erette migliaia di orrende “stele” anti-parcheggio di “pura” plastica, senza aver pensato ad altro materiale (legno, no?) e previsto ogni tot di metri una banchina transitabile (per sosta di emergenza, soccorso, forze armate). Lo dice anche il Codice della Strada. Si può e deve rimediare. Lo capisce anche un bambino.
Altri esempi possono suffragare quanto diciamo. E’ il caso della strada a due corsie che da Nardò porta a Pagani. Un’opera necessaria che, sin dall’origine, ha mostrato alcuni evidenti difetti: una crescente disomogeneità/cedimento in più parti del manto stradale, evidentemente non ben consolidatosi come da manuale prima di essere asfaltato e soprattutto la stagnazione di acqua piovana che rende la carreggiata molto pericolosa. Un pericolo che può attendere (sono trascorsi otto anni!) visto che non si è ancora intervenuto. Su via Bonfante, poi, sfondiamo una porta aperta, nel senso che di quella via ci siamo a fondo interessati. Restiamo dell’avviso (beninteso, non solo noi) che anche lì la pista ciclabile non serve per le ragioni che abbiamo cercato di spiegare. E menomale che, quantomeno, dopo un lungo lasso di tempo, sia stato corretto il semaforo-monstrum (annotate il record: “solo” 20 secondi per il verde e 67 per il rosso). Le lunghe “code” l’incubo di ogni automobilista.
Infine, un altro esempio che possono capire davvero tutti e che riguarda il tratto di via Roma, precisamente dal semaforo di Porta di Mare con direzione cimitero. Un’iradiddio, nemmeno duecento metri di caos continuo con parcheggio a destra e sinistra e doppio senso di circolazione persino con camion. In tanti su quella strada si sono rovinato il fegato e i polmoni. Le tante pressioni hanno poi sortito un parziale risultato, con l’allargamento di un tratto di strada. Ma perché tanto ritardo per intervenire, con strette carreggiate, chiaramente antiregolamentari, che non avrebbero dovuto consentire quel disordinato viavai?
A suo tempo, perché si sanasse quello sconcio, ne scrisse il sottoscritto con un’argomentata dimostrazione anche grafica (a disposizione articolo e disegno), grazie alla collaborazione dell’allora comandante in pensione della Polizia Municipale di Nardò “Nino” Congedo. Un fatto di quarant’anni fa.
Luigi Nanni















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